Sassari, in piazza Mazzotti il rito dell’Infiorata nella festa dell’Immacolata Concezione

Sassari, in piazza Mazzotti il rito dell’Infiorata nella festa dell’Immacolata Concezione

Venerdì 8 dicembre, solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, in piazza Mazzotti si è svolto il rito dell'Infiorata alla presenza dell'Arcivescovo Gian Franco Saba, del Sindaco Nanni Campus e delle autorità civili e militari. Come da tradizione, i Vigili del Fuoco del comando provinciale di Sassari hanno deposto una corona di fiori sulla sommità della Colonna Mariana. Subito dopo, nella cattedrale di San Nicola si è svolto il pontificale presieduto dall'Arcivescovo. "La liturgia odierna - ha detto monsignor Saba nell'omelia - ci invita a riflettere sulla gioia. Voglio porre al centro della mia riflessione questo tema, la gioia, in riferimento al nostro Seminario diocesano, non soltanto perché l'Immacolata ne è la titolare. Il Seminario è infatti una realtà che ha intrapreso un cammino di rinnovamento pedagogico e spirituale affinché possa essere un luogo generativo per i ragazzi e i giovani di oggi così come lo è stato nel passato. Desidero soffermarmi sul mistero della chiamata che è al centro della festa che noi oggi celebriamo. Una festa nella quale Dio chiama l'umanità personalmente:, come nel dialogo riportato dell'Evangelista Luca tra l'angelo Gabriele e Maria. Dio interpella la storia e la vita non per produrre dolore, sofferenza e amarezza ma per portare gioia. Occorre promuovere luoghi, spazi e persone perché i giovani riscoprano la via dell'interiorità e una comunicazione vitale e positiva. Il Seminario non è dunque un luogo in cui da subito si impone a un ragazzo un abito inesistente, ma è uno spazio da abitare con libertà come un luogo di ricerca della vera gioia".

Il ricordo. Tre sacerdoti e una preziosa eredità per l’intera Chiesa turritana

Il ricordo. Tre sacerdoti e una preziosa eredità per l’intera Chiesa turritana

Il mese di novembre ha ricongiunto nella morte tre uomini, che la vita aveva profondamente legato, uniti come è ovvio nell’ordine naturale, ma ancor più profondamente in quello soprannaturale, per la grazia sacramentale del Battesimo e dell’Ordine Sacro nel grado del Presbiterato. Diversi per origine, età, personalità e caratteri, ma uniti nella comune vocazione al servizio ministeriale nella Chiesa Santa di Dio e nella generosa e incondizionata risposta, concretizzata nell’ambito parrocchiale.

Con profondo spirito di fede e senso ecclesiale hanno saputo leggere, nel segno del ministero episcopale, la volontà del Padre che invita i buoni operai a lavorare nella sua vigna. Che con slancio apostolico e generoso impegno hanno amato e curato, perché fosse rigogliosa e feconda. La loro vita, spesa per l’edificazione della Chiesa e la salvezza delle anime, ha lasciato una profonda traccia e una preziosa eredità, non solo per la Parrocchia di San Giuseppe, ma per l’intera Chiesa Turritana.

Si tratta evidentemente di monsignor Giovanni Masia, don Leonardo Carboni e monsignor Sebastiano Era.

Il primo a tornare nella Casa del Padre, per ricevere il premio dei servi buoni e fedeli, fu Don Leonardo Carboni, deceduto il 16 novembre del 1983 a soli 56 anni, sacerdote da 33 anni, 32 dei quali trascorsi a San Giuseppe come Vicario parrocchiale. Monsignor Giovanni Masia lo seguì 10 anni dopo, il 10 novembre del 1993 a 96 anni di età, 69 di ministero e ben 57 come parroco di San Giuseppe. 20 anni dopo… curiose sequenze cronologiche…. il 4 novembre del 2013 moriva Monsignor Sebastiano Era, all’età di 73 anni, 48 di sacerdozio ininterrottamente trascorsi a San Giuseppe, 28 come vice parroco e 20 come parroco, svolgendo al contempo altri incarichi diocesani, come cappellano delle Carceri, Economo del Seminario e vice Economo della Curia Diocesana. Quest’anno ricorrono dunque quarant’anni dalla morte di Don Carboni, trent’anni da quella di Monsignor Masia e dieci dalla morte di Monsignor Era.

Per quanto ogni anno si celebri singolarmente per ognuno la memoria del transito da questo mondo al Padre, quest’anno l’Arcivescovo ha deciso di ricordarli insieme il giorno della festa dell’Immacolata Concezione. Trovo particolarmente felice questa scelta, non solo perché Maria è il modello di ogni autentico ministero nella Chiesa e speciale Madre dei Sacerdoti, ma anche perché la sua presenza rappresenta quasi il filo rosso, che li unisce sin dalla loro nascita: Leonardo Carboni, nato a Bonorva e battezzato nella chiesa intitolata alla Natività di Maria; Giovanni Masia e Sebastiano Era, nati e battezzati a Florinas nella chiesa intitolata alla Assunzione di Maria. Inoltre, la festa dell’Immacolato concepimento di Maria segnò l’inizio del ministero di Parroco, l’8 dicembre del 1936, di Monsignor Giovanni Masia. In quel giorno, l’Arcivescovo Arcangelo Mazzotti, di v.m., con i suoi modi simpaticamente bruschi, presentandolo alla Comunità, ebbe a dire: “Vi presento il nuovo parroco, non è troppo giovane, né troppo anziano, è quello che ci voleva per voi”, aggiungendo poi: “lui non ci voleva venire, ma sui preti comando io”. Ma se è vera l’iniziale riluttanza del giovane Dottor Masia, evidentemente fu subito vinta, dato che vi rimase per ben 57 anni. Da allora, quella ricorrenza anniversaria fu ininterrottamente celebrata con la presenza costante dei vari arcivescovi succedutisi, da Mazzotti ad oggi, rendendo la Beata Vergine Immacolata quasi compatrona di quella Parrocchia.

In questi anni, tanti hanno scritto di questi illustri e santi Sacerdoti; sento anch’io, come parrocchiano di San Giuseppe e Sacerdote della Diocesi, il dovere di unirmi a loro, per esprimere al Signore la gratitudine per avermeli fatti incontrare e conoscere.

Don Leonardo Carboni

Di lui ricordo le Messe domenicali da lui presiedute, mentre frequentavo il catechismo; lo ricordo come un uomo schivo, semplice e buono, e pur non avendo avuto il tempo e l’occasione per intrattenere con lui profonde relazioni, ricordo lucidamente di aver ricevuto da lui la prima assoluzione sacramentale. Fu un momento di grande emozione, tant'è che lui, rendendosi conto del mio disagio e dell'evidente imbarazzo, con modi paterni e rassicuranti riuscì a mettermi a mio agio, trasformando quell'atto che tanto mi spaventava in un autentico incontro con la Bontà misericordiosa di Dio. Da allora, per diversi anni, lo scelsi come mio confessore.

Come dimenticare le celebrazioni liturgiche rese solenni dal canto del Coro San Pio X da lui fondato e diretto, il suo appassionato impegno nell'ambito della pastorale giovanile, i suoi campi scuola, il suo amore per la natura secondo lo spirito e lo stile francescano che trovava le sue espressioni più belle, fra i boschi di Bultei, nell'amato eremo di Sa Fraigada.

Monsignor Sebastiano Era

Don Era, come tutti lo chiamavamo, appariva sempre affabile e gioviale: ricordo con quanta passione egli curava l’animazione delle Messe domenicali con i bambini, tanto che sarebbe riuscito a far cantare persino i banchi! Era capace di trasmettere gioia ed entusiasmo, e la fede fresca e giovanile di tanti bambini trovava, nella preghiera cantata, la sua espressione più bella. L'impegno nell'ambito catechetico, fu per decenni responsabile del catechismo, ma al contempo seguiva gli Scout e l'Azione Cattolica. Ogni sua attività era sempre svolta in perfetta armonia con il parroco – che aveva per lui uno sguardo di predilezione – e con gli altri confratelli presenti in parrocchia. Quando, alla morte di Monsignor Masia, fu designato dal Vescovo come suo successore, ne fui felicissimo; si trattò di una scelta opportuna, quasi una naturale evoluzione, dove la novità si inseriva discretamente, senza traumi o contrapposizioni, nel segno dell'assoluto rispetto per chi lo aveva preceduto e della continuità pastorale. Fui onorato quando Monsignor Isgrò, al mio rientro da Roma, mi affidò, congiuntamente a quello della Cattedrale, l'incarico di vice parroco a San Giuseppe: fu davvero un'esperienza fondamentale per la mia formazione umana e ministeriale, impegnativa ma utilissima. Don Era, pur conoscendomi sin da bambino, si rapportò sempre a me in maniera squisitamente rispettosa, non come un superiore ma come un fratello maggiore ed un amico; nei circa dodici anni di permanenza a San Giuseppe, posso dire con orgoglio che tra noi non ci fu mai uno screzio o un litigio, i nostri rapporti furono sempre contrassegnati dalla stima e dal rispetto reciproco.

Monsignor Giovanni Masia

Che dire di lui? Non saprei da dove cominciare, tanto ha segnato profondamente la mia esistenza: è stato un maestro di vita, un modello sacerdotale e un padre amabilissimo. I trent'anni dalla sua morte coincidono con i trent'anni della mia Ordinazione Sacerdotale, alla quale non poteva mancare; aveva infatti atteso quel giorno con la pazienza sapiente dell'agricoltore, che sapeva che il buon seme caduto in un terreno fecondo, nel tempo opportuno avrebbe portato frutto.

Era stato lui a riconoscere i segni di una vocazione che, seppur in maniera embrionale, si manifestava insieme a tanti altri orientamenti e a molteplici interessi e passioni, che apparivano talvolta prevalenti; lui sapeva che alla fine Dio avrebbe manifestato in me l’opera Sua... bisognava soltanto attendere e pregare!

Eh sì, la preghiera era per lui come l’ossigeno per i polmoni; era certo, non solo della sua necessità, ma soprattutto della sua efficacia. Alla luce di questa consapevolezza non ha mai forzato le mie scelte, né tantomeno le ha in alcun modo condizionate; anche di fronte a certi passaggi esperienziali che sembravano allontanarmi da un normale percorso vocazionale, ogni evento ed ogni decisione era accolta con rispetto ed inquadrata nel provvidenziale disegno di Dio. La Fede per lui era abbandono totale a Dio: Lui solo poteva indicarmi la via, per questo mi ripeteva sempre, talvolta quasi fino a farmi irritare: “prega, prega, prega… Vias tuas Domine, demonstra mihi et semitas tua, edoce me”.

Io volevo da lui, che era per me un “fuoriclasse”, una risposta più personale, una sua valutazione, ma lui, senza scomporsi, si limitava a raccontare qualche aneddoto della sua vita, cose che sarebbero potute sembrare banali, ma che col passare del tempo seppi apprezzare, come preziosi insegnamenti ed autentiche lezioni di vita.

“In seminario” - mi raccontava - “avevo un compagno che, convinto di essere un ottimo tenore, amava esibirsi nel bel canto; aveva sì, una voce poderosa, ma sguaiata…” e soggiungeva sorridendo: “non era certo Pavarotti… Noi seminaristi, in modo bonario, solo per ridere un po’, lo spronavamo ad esibirsi. Una volta, dopo cena si infervorò, cantando un famoso pezzo d’Opera di Giuseppe Verdi. All’improvviso si aprì la porta: era il Rettore… si creò un silenzio imbarazzato… lui ci guardò e ci disse: avete recitato il rosario? Noi rispondemmo: non ancora. Egli soggiunse: ricordatevi, quando sarete preti, che si può andare a letto senza aver cantato “di quella pira”, ma non senza aver recitato il rosario”.

Credo che nella sua vita sacerdotale non abbia mai tralasciato la recita quotidiana del rosario: lo considerava la sua “arma segreta” e, ironicamente, commentando sulle tante raccomandazioni che gli venivano fatte, diceva che anche Dio accetta le raccomandazioni, ma solo da Maria!!! A Lei affidò e affidammo la mia vocazione, che trovò la sua prima espressione sacramentale nell’Ordine del Diaconato, proprio l’8 dicembre del 1992, giorno della solennità dell’Immacolata Concezione.

Era “al settimo cielo” e ricordo che prima del rito mi disse “il 25 ottobre, a Porto Torres, ho pregato per te sulla tomba dei Martiri Turritani: che il Diacono Gianuario ti mantenga sempre servo generoso e fedele, come Maria e, soprattutto anche quando sarai prete. Vivi per i fedeli e con i fedeli sicut qui ministrat”.

Avrei voluto ricevere anche l’Ordinazione Presbiterale nel giorno dell’Immacolata ma, data l’età avanzata e le condizioni di salute non ottimali di Monsignor Masia, S. E. Monsignor Isgrò decise di anticiparla alla fine del mese di settembre nella Chiesa di San Giuseppe; un’eccezione unica, uno strappo alla regola, che l’Arcivescovo fece, per compiacere quel vecchio parroco, per il quale nutriva una profonda stima, tale da definirlo, per il suo dinamismo, il suo zelo sacerdotale e il profondo senso ecclesiale “il prete più giovane della diocesi”, nonostante fosse anagraficamente il più anziano; e Monsignor Isgrò - chi lo ha conosciuto lo sa bene - era piuttosto parco nei complimenti e negli elogi…

Monsignor Masia ne fu felicissimo anche se, vedendo venir meno le sue forze a seguito di una presunta patologia gastroesofagea, pur confidando sempre nell’aiuto del Signore, temeva di non poter conoscere quel giorno tanto atteso.

Una volta mi disse: “la tua ordinazione sarà il mio nunc dimittis; subito dopo si farà il mio funerale”. Io risposi che era troppo pessimista, ma lui mi disse serenamente: “Me lo sento…”.  La seconda volta che mi ripeté la storia del “nunc dimittis”, per sdrammatizzare e con la confidenza che con lui mi potevo permettere, controbattei dicendo: “Ma lo sa che è presuntuoso? Mica lei è santo come Simeone”. Lui, quasi compiaciuto per la mia ardita battuta, mi rispose prontamente, prima con tono remissivo: “È vero, sono solo vecchio come lui” - ma poi soggiunse - “ma manco tu sei Gesù Bambino, Lazzaro putrefatto! Ma ricordati che lo diventerai, alter Christus”.

La sera del 25 settembre del 1993, data dell’Ordinazione, le sue condizioni di salute si erano seriamente aggravate, tanto che il medico gli aveva proibito di partecipare al rito. Verso le 16,30 mi recai in canonica per visitarlo; lo trovai a letto, febbricitante e molto debole; mi chiese di aiutarlo a mettersi in piedi, indossò la sottana e mi disse: “ora preghiamo” e iniziammo la recita del rosario, passeggiando lungo il corridoio. Era molto lento nella recita ed io, data l’ora, la preoccupazione per l’organizzazione del rito e l’accoglienza degli invitati, gli dissi che sarei sceso in chiesa per verificare che tutto fosse a posto; lui, stringendomi il braccio, mi guardò e mi disse: “lascia correre, dei preparativi c’è già chi si occupa, tu hai di meglio da fare”; e nel suo amato latino, citando il bonario rimprovero di Gesù a Marta esclamò: “porro unum est necessarium!”. Eh sì, quella parte migliore, che mai sarà tolta, condizione necessaria per l’efficacia della missione, fu il segreto della fecondità del suo ministero; così doveva essere anche per me.

Questo è uno dei ricordi più belli che serbo di quel giorno; rappresentò davvero il suo nunc dimittis, morì infatti meno di due mesi dopo, il 10 di novembre. La foto che lo ritrae, mentre, durante il rito, impone le mani sul mio capo, più eloquente di qualsiasi discorso, sembra esprimere il desiderio di trasmettermi il fuoco di quella passione verso Colui che, come dice il Profeta Geremia “lo aveva sedotto e dal quale si era lasciato sedurre”. La passione e lo zelo apostolico che ha contraddistinto Mons. Masia, Don Carboni e Don Era nella vita terrena, si prolunghi in quella definitiva ed eterna, affinché, uniti alla Beata Vergine Maria, agli Angeli e ai Santi nella contemplazione del volto del Cristo Risorto, celebrino l'eterna liturgia di lode.

Mons. Antonio Tamponi

Vicario generale

“San Nicola ci insegna a passare dall’indifferenza alla percezione dell’altro”

“San Nicola ci insegna a passare dall’indifferenza alla percezione dell’altro”

Mercoledì 6 dicembre nella chiesa cattedrale si è svolto il solenne pontificale presieduto dall'Arcivescovo Gian Franco Saba in occasione della solennità di San Nicola, titolare della cattedrale e patrono di Sassari. "Siamo chiamati a crescere in uno stile partecipativo e responsabile - ha detto monsignor Saba nell'omelia -. Il cammino verso il pensiero ospitale è il cammino di un io che punta a comunicare. C'è ancora la tentazione di pensare che quanto più il pensiero e alto, tanto più è incomunicabile. Sulla base di questa logica, errata, abbiamo elaborato un’idea di Dio un Dio irraggiungibile. Questo è il contrario della logica dell’incarnazione: Dio invece si comunica con noi, e nell’eucaristia sperimentiamo proprio questo mistero. Mentre edifichiamo la città terrena, edifichiamo anche la città celeste. Questo apre alla speranza e alla fiducia nei momenti in cui nel nostro cammino sentiamo la fatica. Entrare così in una logica di pensiero ospitale mi pare che implichi il passare da una visione isolata a una visione di relazione, attenta a promuovere una serie di cammini per una cultura della pace e dell’inclusione. Significa passare dall’indifferenza alla percezione dell’altro. Nicola in questo è stato un maestro, un grande educatore all’alterità".

Al termine della celebrazione, come da tradizione, sono state estratte le parrocchie da cui provengono le vincitrici della dote di San Nicola, istituita per sostenere economicamente le giovani spose. Le tre parrocchie estratte sono: San Nicola e Santa Caterina, Mater Ecclesiae, Santissimo Crocifisso e Sant'Apollinare.

La Capitaneria di Porto dona all’Arcivescovo una croce con il legno dei barconi

La Capitaneria di Porto dona all’Arcivescovo una croce con il legno dei barconi

Martedì 5 dicembre, a margine della presentazione del messaggio alla città e al territorio, la Capitaneria di Porto ha donato all'Arcivescovo Gian Franco una croce realizzata con il legno di una delle imbarcazioni usate dai migranti per arrivare nel nostro Paese. La croce, dal profondo significato simbolico, è stata consegnata all'Arcivescovo dal comandante della Capitaneria di Porto di Porto Torres, capitano di fregata Giuseppe Cannarile. Gli uomini e le donne della Capitaneria hanno compiuto un'importante operazione a bordo della motovedetta CP291 nel Mar Mediterraneo centrale presso l'isola di Pantelleria e l'isola di Lampedusa per fornire supporto e assistenza tecnica nelle attività di sorveglianza delle frontiere e di controllo dei flussi migratori. Per ricambiare, monsignor Saba ha deciso di comprendere la Guardia Costiera nel comitato d'onore della Fondazione "Accademia. Casa di popoli, culture e religioni" per aver contribuito con gesti concreti al nuovo umanesimo dell'incontro.

“Educare al pensiero ospitale”. Il messaggio dell’Arcivescovo alla città e al territorio

“Educare al pensiero ospitale”. Il messaggio dell’Arcivescovo alla città e al territorio

Martedì 5 dicembre l'Arcivescovo Gian Franco Saba ha presentato ai fedeli e alle autorità il suo messaggio alla città e al territorio in occasione della solennità di San Nicola, patrono di Sassari. La presentazione si è svolta nella sala Angioy del Palazzo della Provincia nel corso di un incontro culturale promosso dalla Fondazione "Accademia. Casa di popoli, culture e religioni". Tra i relatori, P. Xavier Manzano: vicario generale della Diocesi di Marsiglia e docente di Filosofia, è stato direttore dell'Institut Catholique de la Méditerranée.

Nel messaggio, l'Arcivescovo si è concentrato sul seguente tema: "Educare al pensiero ospitale. Per una cultura della pace e dell'inclusione in un contesto di cambiamento d'epoca". "Il cambiamento che avvertiamo - ha sottolineato monsignor Saba nel messaggio - richiede quel processo di recezione che implica «fare dello straniero un ospite», riportare alla memoria il fastidio latente che percepiamo di fronte a questo «cambiamento-intruso» per «compiere la scelta di riceverlo». E un cammino forse fati-coso, dal quale senza perdere la propria specificità si sente anche il cambiamento come vita che si rigenera. Il pensiero diventa ospitale se l'orizzonte della riflessione si spinge oltre ciò che è visibile, se guarda, ascolta con disponibilità interiore quanto si presenta differente o appare divergente. Pensare il cambiamento è una nuova sfida, l'appello di una sorta di «straniero che viene … che ci fa vivere in più di una società e in più di una cultura, e che ci chiede di pensare in altro modo le società, le culture e il posto di ciascuno nel mondo». Uno sguardo al nostro territorio mostra l'immagine di una situazione di novità che, con il sociologo Cammille Schmoll, possiamo descrivere come un ambiente di paesi e agro nel quale si evolve il «cosmopolitismo quotidiano». Molto opportunamente papa Francesco evidenzia come non vi siano realtà ecclesiali e pastorali impermeabili ai processi attivati dal cambiamento d'epoca: «Gli ambienti rurali, a causa dell'influsso dei mezzi di comunicazione di massa, non sono estranei a queste trasformazioni culturali che operano anche mutamenti significativi nei loro modi di vivere» (EG 73). Il «cosmopolitismo quotidiano» contribuisce a mettere in risalto il progressivo processo di spopolamento e le sue importanti conseguenze sociali, economiche, politiche e anche religiose. È rilevante l'aumento della popolazione anziana, la scelta o non-scelta di abitare in un luogo differente da quello dove si è nati".

"In occasione delle visite alle parrocchie e durante gli incontri del processo sinodale - ha aggiunto - riscontro proprio il bisogno di ritrovare la speranza e la gioia nell'affrontare il cambiamento d'epoca: il processo di conversione pastorale non è un semplice aggiornamento delle strutture, un ammodernamento dei mezzi, uno sviluppo di competenze, esso richiede a tutti noi l'impegno ad ascoltare, interpretare, generare questo nuovo cammino della vita umana. È richiesto l'impegno e il coraggio di tutti, di ciascuno per la propria parte, senza scuse di retroguardie, di assenze, di autogiustificazioni. Ma esige anche l'onestà: un pensiero onesto produce una prassi onesta. Per questo la Chiesa non può venire a patti con sistemi sociali estranei al Vangelo, alla sua stessa missione. Un eventuale errore momentaneo esige la coraggiosa virata verso metodi, vie e mezzi che non siano in conflitto con il Vangelo". Occorre sempre più sviluppare itinerari «tra la soglia e il focolare» superando l'ipotetica convinzione che la crisi della fede riguardi soltanto la città e non tocchi la sfera rurale del territorio. Nemmeno la classica distinzione tra credenti e non credenti corrisponde più a un'attenta analisi sociologica. Forse per troppi anni un sonno di consapevolezza ha indotto ad affermare che tutto questo fosse lontano da noi!".

Disponibile la registrazione audiovisiva

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