Nella mattinata di oggi, lunedì 25 maggio, l’Arcivescovo Francesco Soddu ha presieduto il solenne Pontificale in occasione della Festha Manna nella Basilica dei Martiri Gavino, Proto e Gianuario a Porto Torres.
Al termine della celebrazione, dopo il simbolico scambio delle chiavi tra i sindaci di Sassari e Porto Torres, si è svolta la tradizionale processione culminata con la cerimonia di benedizione del mare.
L’omelia dell’Arcivescovo:
<< La preghiera colletta, ossia quella che ha introdotto la proclamazione delle letture di questa solennità, ha fissato come una sorta di fotografia: il senso profondo della odierna celebrazione in onore dei nostri Santi patroni Gavino Proto e Gianuario. E rivolgendosi a Dio ha espresso il senso di ammirazione che ciascuno di noi ha o dovrebbe avere nei loro confronti. Ammirazione che si esprime anzitutto per lo zelo da loro mostrato nella diffusione della fede e conseguentemente per la gloriosa testimonianza resa al Signore Gesù. Per questo motivo, in forza del loro esempio, abbiamo pregato che ci venga concessa la grazia di poterli imitare. Questo è il senso profondo della celebrazione odierna che ci viene data dalla liturgia.
La vita dei nostri cari Gavino, Proto e Gianuario, a noi nota attraverso la splendida Passio, passa per noi sempre attraverso il Vangelo. Vangelo, che pur essendo un testo letterario di altissimo valore è per il cristiano qualcosa di più, ossia la vita anzi la persona stessa del Signore Gesù.
Il brano oggi proclamato parte, nasce, ha origine da una vicenda che inizia con il famoso ingresso di Gesù a Gerusalemme. Ingresso trionfante che noi ricordiamo e celebriamo nella liturgia in occasione della Domenica delle Palme. In quella circostanza, così come si esprime il Vangelo di San Giovanni, erano presenti a Gerusalemme alcuni estranei, alcuni venuti da lontano. Erano alcuni greci, i quali, avendo sentito parlare di Gesù, che si era manifestato in quella forma così eclatante, desiderano vederlo. Desiderano conoscere Gesù e quindi si rivolgono a Filippo che probabilmente già conoscevano. Filippo dice questo desiderio ad Andrea e insieme vanno da Gesù e gli manifestano il desiderio di questi greci. Gesù Inizia un discorso lungo e articolato che inizia proprio con le parole che abbiamo sentito nel Vangelo oggi proclamato. In altre parole, Gesù spiega ai greci, a Filippo e Andrea e a noi oggi il senso profondo ed autentico di che cosa significa vedere, incontrare Gesù. Cosa che dovremmo fare sempre altrimenti rimarremo alla stregua di coloro che leggono il Vangelo come se fosse un semplice testo.
Allora vedere Gesù, incontrarlo, fare la sua conoscenza non può limitarsi ad una sorta di stretta di mano, a uno scambio di indirizzo, ma comporta una conoscenza profonda simile alla dinamica del chicco di grano. E questo perché quanto da lui vissuto in quella circostanza - certamente gloriosa di successo - poi avrebbe avuto un risolto diverso, più ampio, certamente drammatico, ma non fine a sé stesso. Aperta cioè alla dinamica, alla dinamica del chicco di grano seminato, segno significante la sua donazione di amore. I nostri cari amati Gavino, Proto e Gianuario così hanno conosciuto il Signore Gesù, così lo hanno incontrato, così lo hanno amato. Essi hanno capito che il mistero pasquale di morte, risurrezione e dono dello Spirito Santo sono il nucleo fondamentale della missione di Gesù e quindi deve essere anche di ogni credente. Conoscere e amare sono due verbi che nella Bibbia vanno a braccetto e mai devono essere disgiunti. In questo senso, quanto più si conosce tanto più si ama. Certe volte capita che quanto più si conosce una persona tanto più ci si allontana dall'amarla e dallo stimarla. Nella Bibbia abbiamo un altro messaggio: quanto più si conosce tanto più si ama, tanto più si ama tanto meglio si impara a conoscere. Conoscenza e amore generano la donazione e la donazione alimenta ulteriormente la conoscenza e l'amore. È un vortice benefico di vita l'amore. La donazione di Gesù si estende nel servizio, si esprime dunque nel servizio. Servizio non fine a sé stesso, non servilismo. Oppure circoscritto ma derivato da un amore totale, che confluisce nel dono della sua vita. Esso è fondamento della nostra vita, perché è fondato sull'umiltà. Umiltà che ha come principio la terra e in essa anche il proprio motore vitale, come il chicco di grano caduto per terra, piantato per terra muore porta frutto.
Questo - come abbiamo sentito dalle parole di Gesù - significa dare la vita, non buttare la vita. Non sciupare la vita, ma donare. Direi che significa anche non subire le dinamiche della storia, quanto piuttosto viverle da protagonisti. Così come hanno fatto i nostri protomartiri Turritani.
Il pensiero conclusivo della pericope evangelica confluisce nella descrizione logica di quanto avviene in natura, ossia quella di produrre frutto. Così come il signore Gesù - sempre nel Vangelo di San Giovanni - si esprime con la sorta di parabola del tralcio unito alla vite che deve produrre frutto, anzi produce frutto, nella misura in cui è unito alla vite. Sarà perciò necessario comprendere quali frutti si vogliono produrre. Logicamente parlando, dal chicco di grano non può che nascere altro grano. Similmente - e lo hanno ben capito i nostri Santi - dalla vita umana degnamente spesa, unita indissolubilmente al principe della vita, non si può che ottenere altra vita. Pena essere strumenti e complici di non vita, in altri termini di morte. In questa direzione il brano della seconda lettura ci illumina sul senso della predicazione del Vangelo che si concretizza nel somministrare il nutrimento della vita, amorevoli come una madre nutre i suoi figli. La prima lettura e il Salmo ci infondono la gioia e la consolazione nel ricevere l'aiuto da Dio. E questo mediante e attraverso l'esempio dei nostri Santi patroni, così come abbiamo espresso nel canto “alzo gli occhi verso i monti” - da lì mi verrà l'aiuto: dal Signore. L'aiuto del Signore, il nutrimento per la nostra esistenza con l'esempio di Gavino Proto e Gianuario ci fa capire che la nostra vita non può essere barattata con altro, con niente. Non va buttata o sciupata ma donata, messa a disposizione nel nome dell'unico che può darle senso e significato pieno: nostro Signore Gesù Cristo.
Da qui nasce la gioia piena del vivere, mettendo profonde radici e produrre germogli duraturi e fruttuosi, così come è stato per i nostri Santi dai primi secoli dell'era cristiana fino a noi oggi. Accompagnati da Maria Santissima Madre della Chiesa che oggi in tutto il mondo viene venerata con questo titolo, insieme a Gavino, Proto e Gianuario stringiamoci secondo quanto trasmessoci dall'Apostolo Pietro: stringiamoci come pietre vive a Cristo per la costruzione dell'edificio spirituale del suo corpo. Ma anche stringiamoci conservando la stessa immagine per la costruzione del bene comune, del bene sociale, del bene di tutti nessuno escluso. La struttura architettonica di questa insigne basilica sia per noi vanto, ma anche esempio non solo da contemplare e custodire, ma ancor di più da riprodurre, ciascuno per la sua parte per l'eleganza, l'armonia e la custodia viva di una tradizione che affondando le radici sui Martiri, su coloro che hanno testimoniato il Signore Gesù, arriva fino a noi fresca della giovinezza dello spirito affinché possiamo vivere il nostro tempo da veri protagonisti di una storia fatta di pace, fatta di fratellanza di solidarietà e di vera carità. Amen>>.















