Nel pomeriggio di sabato 29 marzo, l’arcivescovo Gian Franco ha presieduto la Celebrazione Eucaristica interparrocchiale che ha segnato la conclusione della Visita pastorale nelle parrocchie del Cuore Immacolato di Maria, del Sacro Cuore e di Gesù Buon Pastore, a Sassari. La Celebrazione si è svolta nella chiesa parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria
Di seguito il testo dell’omelia tenuta dall’Arcivescovo:
«Con l’Eucaristia della Quarta Domenica di Quaresima rendiamo grazie al Signore per il dono della Visita pastorale vissuta insieme alle comunità di Gesù Buon Pastore, del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato di Maria. È un’occasione preziosa per ringraziare Dio per il dono dell’incontro e per l’ascolto della sua Parola. Vogliamo lasciarci guidare proprio da questa Parola, affinché il nostro ringraziamento si trasformi in uno slancio rinnovato nella nostra missione: una missione che nasce dalla sequela di Gesù, nel nostro essere discepoli missionari, annunciatori dell’amore di Dio.
La preghiera del Salmo Responsoriale riassume con efficacia la nostra fede: “Gustate e vedete com’è buono il Signore”. Il cammino quaresimale ci conduce proprio verso questa esperienza pasquale. La letizia che Dio desidera donare al nostro cuore nasce dalla capacità di gustare il Suo amore. “Gustate e vedete”: eppure, non sempre riusciamo a vedere l’amore di Dio nella nostra vita. Le ragioni sono molte: talvolta la fede è fragile; altre volte, le circostanze dolorose o impreviste oscurano il nostro cammino; a volte, è la nostra stessa superficialità a impedirci di cogliere l’amore del Signore, che invece non smette mai di cercarci.
Ecco, allora, il primo invito che desidero trasformare in un impegno concreto per tutte le nostre comunità: imparare a gustare e vedere secondo lo sguardo del Signore. Una comunità che fa esperienza della bontà di Dio diventa missionaria, perché la gioia che scaturisce da questo incontro si irradia e si comunica più efficacemente di qualsiasicampana omessaggio digitale. È una comunicazione viva, da cuore a cuore, espressione di una fede vissuta. Questo è un compito fondamentale, a cui tutti siamo chiamati secondo il magistero di Papa Francesco: gustare e vedere per poter trasmettere, come Maria, l’annuncio della gioia e dell’amore di Dio. “I vostri volti diventeranno luminosi”, dice il Salmo. L’incontro con Dio rende i volti raggianti, ci libera dalle oscurità del peccato e ci rende segno visibile del Suo amore. È quella “missione per contagio” di cui parla il Papa nell’Evangelii Gaudium.
La seconda prospettiva ci viene proposta dal Vangelo di Luca, con la parabola del “figliol prodigo”. È il racconto di chi si allontana dalla casa paterna, vivendo un’esperienza di solitudine e disagio. Ma il padre si prende a cuore proprio questo malessere. Ecco, allora, il secondo impegno per le nostre comunità: coltivare un amore capace di accogliere chi vive la lontananza, senza giudizio. Essere padri e madri dalle porte aperte, Chiese accoglienti, capaci di mettere Dio al centro e non noi stessi.
La comunità parrocchiale si edifica lasciando parlare la voce di Dio e preoccupandosi di chi non riesce più a gustare la gioia della casa paterna. Talvolta, anche all’interno della Chiesa, qualcuno può aver sperimentato il contrario: comunità incapaci di trasmettere la bontà del Signore. Per questo, il secondo aspetto della nostra missione è rendere visibile il volto misericordioso di Dio.
Il terzo elemento è suggerito dalla figura del figlio maggiore, che fatica ad accettare la festa per il fratello ritrovato. È la difficoltà a gioire per il dono della riconciliazione, il rischio di vivere la fede con la “calcolatrice in mano”, come ricorda Papa Francesco. Una fede misurata, che giudica. Ma la Chiesa non deve essere una dogana, e le parrocchie non sono dogane, bensì case: luoghi in cui si gioisce, si accoglie, si celebra la bellezza del dono di Dio. Il Pane e il Vino dell’Eucaristia ci ricordano che al centro della vita cristiana non ci sono le strutture, ma il primato di Dio e il dono della sua grazia.
In questi giorni ho potuto vedere quanta linfa di amore scorra in questo territorio: nello zelo dei presbiteri, nella vita quotidiana delle persone. Vi incoraggio ad andare avanti. Certo, lavorare insieme comporta fatica, specie in un contesto segnato da appartenenze frammentate, dove si rischia di pensare alla Chiesa come a un mezzo, anziché come al riflesso della Trinità.
Chiediamo al Signore di aiutarci a tenere insieme la dimensione umana e quella divina della Chiesa. C’è una linfa vitale che si trasmette di generazione in generazione, una fede che passa da una persona all’altra. Ho vissuto con gioia l’incontro con i bambini, i ragazzi, i giovani: momenti belli, come quello al parco di Baddimanna, dove si è preferito unire piuttosto che moltiplicare eventi. Unire non significa annullare le differenze, ma ricondurre tutto a un baricentro comune, concentrando le energie su ciò che davvero conta.
Ho incontrato anche i mondi della sofferenza, dello sport, le associazioni laiche: segni concreti del dialogo tra la soglia della Chiesa e la vita quotidiana. Ho constatato anche la fatica fisica, soprattutto nei parroci e nei loro collaboratori, ma sono situazioni note. Nei prossimi mesi, concludendo la Visita pastorale, cercheremo di capire come rafforzare la presenza pastorale in modo adeguato.
Ora, però, è il tempo dell’ascolto: ciascun battezzato deve poter dire “io sono una missione”. Questa è la sinodalità: camminare insieme, non ciascuno per conto proprio. Non è vero che il Vescovo chiuderà parrocchie o toglierà qualcosa. Queste voci sono come quelle che Papa Francesco paragona a “tarantole”: operano nell’ombra, seminano veleni. Non ascoltatele. Stiamo attraversando un tempo di cambiamento, non solo nella Chiesa turritana, ma nella Chiesa universale. Uscire non significa togliere, ma dare di più, impegnarsi di più, ravvivare ciò che già c’è.
Occorre superare il clericalismo: sia quello del chierico che vuole fare tutto da solo, sia quello del laico che pensa di poter fare a meno del presbitero. Dobbiamo promuovere, invece, quel popolo dai molti volti e colori di cui parlano il Papa e il Concilio Vaticano II: un popolo in cammino, unito, guidato dalla Parola di Dio.
Avanti, dunque, con fiducia e coraggio. Solo ascoltando la voce del Padre possiamo liberarci da quell’amarezza che ci fa dubitare del Suo amore. Entrambi i figli della parabola vivono questa amarezza: uno è smarrito e teme di non poter tornare, l’altro è chiuso nella sua presunzione. Ma nessuno dei due è in pace. Il male semina amarezza; il bene, invece, produce frutti buoni. E purtroppo, il veleno esiste, come le tarantole che vanno e vengono con il chiacchiericcio. Ma noi chiediamo al Signore una stagione nuova, più luminosa.
Questo territorio è bello, ricco di famiglie giovani, ma anche segnato da povertà che interpellano la Chiesa. La via non è l’individualismo: da soli non si risolve nulla. “Nessuno si salva da solo”, ci ricorda il Papa. La parabola dice che il figlio più giovane ritrova la salvezza perché torna in una casa che sa fare festa; l’altro, invece, si isola nella sua solitudine. Anche le nostre comunità devono sapersi decentrare, per intraprendere questo cammino nuovo.
Vi ringrazio per queste giornate intense e significative. La Visita pastorale non è una conclusione, ma una tappa del cammino. Vi incoraggio a partecipare agli appuntamenti ecclesiali della nostra diocesi. Invito i parroci a promuovere la formazione del laicato: catechisti, lettori, accoliti e le nuove ministerialità di cui c’è sempre più bisogno. Ringrazio le suore Figlie di San Giuseppe, le Missionarie di Gesù Crocifisso e le Suore del Getsemani: la loro presenza è preziosa.
Invito gli animatori parrocchiali, insieme ai parroci, a valorizzare il Seminario diocesano come punto di riferimento per il discernimento vocazionale. Le vocazioni si coltivano nel tempo: il Signore continua a chiamare tanti giovani, ma occorre accompagnarli con saggezza, equilibrio e rispetto per la loro crescita personale. Proprio come il padre della parabola che accompagna entrambi i figli.
Le nostre parrocchie e la nostra Chiesa diocesana siano luoghi dove si riscopre la bellezza della vita discepolare e del cammino della Chiesa, popolo di Dio dai molti volti».
Nel primo pomeriggio di sabato 29 marzo, in occasione della Visita pastorale, l’arcivescovo Gian Franco ha fatto visita agli ospiti della casa di riposo “Paolo VI”, amministrata dalle Suore del Getsemani.
L’Arcivescovo, rispondendo al caloroso saluto di benvenuto da parte della comunità, ha rivolto un messaggio di vicinanza spirituale a tutti i presenti:
«Saluto la Superiora Generale, Madre Maria Carmela, le sorelle, in particolare la Superiora della casa, tutte le collaboratrici e i collaboratori laici e ciascuno di voi. Saluto don Bastianino per il servizio di assistenza spirituale e il parroco del territorio, don Giovanni Maria Morittu.
Ci troviamo nella casa “Paolo VI”. San Paolo VI è stato un grande santo, capace di guidare la Chiesa e di interpretare i tempi della modernità. Una delle sue attenzioni particolari è stata rivolta proprio ai mondi della sofferenza: ha mostrato grande sensibilità e cura, ed è per questo un protettore significativo. Egli stesso ha vissuto la sofferenza, offrendola per la Chiesa.
Inoltre, concludendo il Concilio Vaticano II, parlando della fede cristiana, ha ricordato che la religione del Concilio è la religione del buon samaritano. Dal Concilio, infatti, abbiamo compreso che la fede cattolica si esprime attraverso la logica del buon samaritano.
Chi è il buon samaritano? È colui che non si mostra distratto davanti alla sofferenza degli altri. Così dev’essere la Chiesa: non distratta di fronte alla sofferenza, alla fragilità, alla debolezza. Il buon samaritano prende sulle proprie spalle colui che trova ferito lungo la strada e lo porta in una locanda. Questa locanda, oltre a essere il cuore di Dio, la casa di Dio, la Santissima Trinità – nella quale ciascuno di noi ha un posto e in cui Dio si prende cura di noi – è, concretamente nel mondo, la Chiesa, chiamata a essere questo luogo dove ci prendiamo cura gli uni degli altri.
Ringrazio, dunque, la comunità delle Suore del Getsemani per questo carisma speciale, anzi specialissimo, della cura verso chi vive situazioni di dolore e sofferenza.
L’anzianità, come voi sapete meglio di me, e la vecchiaia in modo particolare, sono realtà belle, perché il Signore ci dona la grazia di vivere e di proseguire il cammino. Tuttavia, sono segnate anche dalla fragilità. E allora ci si domanda: cosa fare in questo tempo di fragilità?
Forse non è più il tempo del fare, ma è il tempo in cui possiamo compiere qualcosa di molto importante: la carità della preghiera per il prossimo, la carità dell’intercessione.
Se è vero – e lo è – che il carisma delle Suore di questa Congregazione è quello di essere spose del Getsemani, tant’è che vi è la pratica dell’Adorazione Eucaristica e di altre forme di sponsalità “getsemanica”, allora questa casa di accoglienza per signore avanti negli anni è un modo per prolungare quella preghiera, un’estensione del Getsemani.
Quindi, questo non è un luogo ordinario: è un luogo importante. Anche la presenza del sacerdote e l’assistenza spirituale sono realtà significative.
Questo non è il luogo dell’inefficienza. Può sembrare, a volte, quando non si sta bene, quando non si hanno più forze, di non servire più a nulla. Ma non è così. In comunione con il Signore, la preghiera – come dicevo prima – è un modo per prendersi cura del mondo. Con la preghiera possiamo intercedere per i nostri fratelli: pregare è un vero atto di carità.
E allora, vi affido questa missione: pregare per il mondo, per la Chiesa, per il Papa, per il Vescovo, per i Vescovi, per le vocazioni maschili e femminili. Certamente pregate anche per i vostri figli, i parenti, i nipoti… ma sappiate che nella preghiera siamo tutti figli, tutti fratelli, tutti sorelle. Questa è la locanda del buon samaritano!
San Paolo VI è stato un grande maestro in questo, perché ha annunciato al mondo due verità fondamentali: che la religione del Concilio, e dunque la nostra fede, è la religione del buon samaritano, e che la vita è un dono di Dio, dal concepimento fino all’ultimo respiro. Quest’ultima affermazione è stata espressa con chiarezza anche nell’enciclica Humanae Vitae, un testo che, pur avendo suscitato molte polemiche, intendeva riaffermare con forza un principio essenziale: la sacralità della vita umana. Dedicare questa casa a San Paolo VI è stata una bella intuizione.
Un’altra sua grande attenzione di Papa Paolo VI fu per i poveri del mondo: basti pensare alle sue visite a Pompei e nei quartieri più fragili durante i suoi viaggi apostolici.
Con questo spirito, vogliamo affidarci a un Pontefice ormai in Paradiso, molto caro a tutti noi e all’umanità intera, affinché continui a ispirarci gesti di promozione e di cura della vita e della persona.
A voi, infine, la missione della preghiera, che è un modo concreto per prendersi cura degli altri. San Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta dicevano una cosa molto bella: “Dove non possiamo arrivare con le nostre forze, possiamo arrivare con la forza della preghiera”.
Noi siamo limitati, è vero, e forse voi, a volte, fate anche fatica a camminare fisicamente. Eppure, con la preghiera, possiamo volare dove le nostre gambe non arrivano. Ci sono situazioni che non riusciamo a gestire umanamente: è lì che il Signore ci chiede di affidarci alla sua potenza e alla sua opera, più che alla nostra responsabilità».
Venerdì 28 marzo, nella Basilica del Sacro Cuore, a Sassari, in occasione della Visita pastorale l’arcivescovo Gian Franco ha presieduto la Via Crucis interparrocchiale. Le meditazioni sono state accompagnate dagli interventi musicali della Corale Vivaldi.
Di seguito si riporta la riflessione tenuta dall’Arcivescovo:
«Abbiamo vissuto questa giornata di Visita pastorale all’insegna della contemplazione del Cristo Crocifisso. Al mattino abbiamo incontrato la comunità delle Suore Missionarie Figlie di Gesù Crocifisso, la comunità religiosa e le ospiti della Casa di accoglienza. Questa sera abbiamo celebrato insieme la Via Crucis.
Anche rimanendo seduti, abbiamo sperimentato un pellegrinaggio spirituale, quella dimensione contemplativa che ci consente di lasciarci raggiungere dal racconto del cammino di Gesù verso la croce. La musica eseguita dalla Corale Vivaldi, guidata dal maestro Daniele Manca, che ringrazio, ci ha aiutato a cogliere come il mistero della vita di Cristo continui a ispirare l’animo umano, oggi come in passato, gli artisti, i musicisti e anche noi.
Ascoltare la narrazione della vita di Cristo fa bene alla nostra interiorità, ci consente di lasciarci toccare dal suo mistero, affinché il suo amore possa davvero raggiungere il nostro cuore.
Ci troviamo nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, che insieme alle altre parrocchie di questo territorio –Gesù Buon Pastore eCuore Immacolato di Maria –ci richiama proprio al mistero dell’amore di Dio.
Dall’amore nasce la speranza, e la speranza è come una musica, un’armonia, una melodia di cui oggi, forse come mai prima, sentiamo il bisogno.
Il Concilio Vaticano II, mettendo al centro la liturgia come fonte e culmine della vita cristiana, non ha trascurato le pratiche quotidiane, ma ci ha invitati a riscoprirle nella loro autentica natura: strumenti per entrare in relazione con i misteri della nostra salvezza, con il mistero dell’amore di Dio.
La vita di Cristo continua a suscitare bellezza: nella musica, nell’arte, nelle opere buone, nelle opere d’amore. È la via dell’amore, è la via della bellezza. In una società in cui talvolta sembra prevalere l’abbrutimento umano e sociale, siamo chiamati a una missione, a un apostolato: quello della bellezza.
Siamo chiamati a diffondere la fede in modo creativo e generativo, come sorgente di bellezza e di vita nuova.
Il Signore ci accompagni in questo Anno Santo, che ci invita a riscoprire in Cristo il fondamento e il volto della nostra speranza, affinché possa nascere in noi il desiderio di partecipare attivamente alla storia che viviamo, con amore, generando bellezza».
Nella mattina di venerdì 28 marzo, in occasione della Visita pastorale, l’arcivescovo Gian Franco ha incontrato le suore, gli ospiti e il personale della Casa delle Suore di Gesù Crocifisso “Cenacolo di Maria”, di via Pietro Micca a Sassari.
L’Arcivescovo è stato accolto da Suor Agnese, Vicaria della Superiora Generale Madre Feliciana Moro, da suor Liliana, Superiora della Casa, e da signora Assunta che ha parlato a nome degli ospiti e della comunità.
Rivolgendosi alle suore, l’Arcivescovo ha detto:
«Vi ringrazio per l’accoglienza personale, così familiare e gioiosa, che ricambio con affetto. Ogni volta che entro in una delle vostre case si respira sempre questo clima di gioia, fraternità e dolcezza: è una bellezza propria del Crocifisso, da cui scaturiscono la gioia e il dono dello Spirito Santo che effonde in noi. È davvero un dono.
Come è stato ricordato, il rapporto personale con la vostra congregazione è forte e duraturo, costruito nel tempo su diversi fronti, inclusa la causa per la beatificazione e canonizzazione di padre Salvatore Vico, per la quale ho avuto il piacere e l’onore di lavorare come postulatore.
Questa visita si colloca all’interno della Visita pastorale, che non è solo un adempimento amministrativo o canonica, ma soprattutto un’opportunità per mettere in luce la bellezza della vita della Chiesa. Questo aspetto è importante, perché spesso il bene, che è tanto, rimane nascosto e silenzioso, mentre il male, anche quando è piccolo, fa molto rumore. Valorizzare queste opere buone significa riconoscere la presenza viva del Signore in mezzo a noi.Questo è uno dei compiti della Visita pastorale che svolgo con grande gioia.
I ritmi del ministero non mi permettono di essere presente in modo abituale, perché in questi anni si sono intrecciati diversi percorsi: il cammino sinodale, la Visita pastorale, il cammino di conversione pastorale richiesto dal Santo Padre. Tutti elementi che richiedono tempo ed energie. Ma riconosco in questa realtà una delle esperienze più belle della nostra Chiesa e della nostra diocesi.
C’è poi un aspetto significativo: qui si vive una comunità intergenerazionale e anche interculturale, sia tra le ospiti sia nella comunità religiosa. È un segno della ricchezza della Chiesa, che non ha confini. In una delle prime lettere pastorali avevo parlato proprio di “abbattere i muri dell’isolamento”, e qui lo vediamo realizzato concretamente.
Anche questa visita è interparrocchiale: sono presenti don Morittu, parroco del Buon Pastore, don Giovanni, don Antonio, don Alessandro. Manca solo il parroco del Cuore Immacolato, assente per motivi di salute. Questo incontro tra parrocchie è un segno di comunione, così come lo è la varietà delle provenienze nella vostra comunità religiosa: dall’Italia, dalla Sardegna – che ha una sua identità etnica forte – fino all’Africa. È una grande ricchezza. Si parla tanto di intercultura e dialogo interculturale, ma spesso sono proprio le comunità religiose i luoghi in cui questa cattolicità si vive ogni giorno, in modo feriale, con le fatiche e le gioie che comporta. Questo è un dono doppio, e un invito per tutta la Chiesa a non essere chiusa o autoreferenziale. La Chiesa è aperta. Voiavete anche un’esperienza missionaria in Brasile, con suor Stefania. Questo andare e tornare, questa circolarità, è qualcosa di prezioso. Alcune suore sono state anche a Roma, in altri poli di accoglienza, altre sono impegnate in opere locali: tutti luoghi dove si vive l’apertura all’altro.
Vi ringrazio perché siete segno della profezia della vita religiosa, una profezia che continua a essere viva. Grazie ancora per l’accoglienza. Affidiamo al Signore, soprattutto nell’Eucaristia, le intenzioni di ciascuno di voi e la vita della vostra comunità, che celebra un centenario importante: un segno dell’attualità del carisma di padre Vico».
Al termine dell’incontro, l’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione Eucaristica, durante la quale è stato amministrato il sacramento dell’Unzione degli infermi.
Di seguito si riporta l’omelia dell’Arcivescovo:
«Nella Prima Lettura di questa liturgia del venerdì della terza settimana di Quaresima, attraverso le parole del profeta Osea, ascoltiamo un invito da parte di Dio: “Torna, Israele, al Signore tuo Dio, poiché hai inciampato”. È un invito al ritorno. Dio riconosce la debolezza di Israele, che inciampa nella sua iniquità. Ma non lo abbandona: lo prende per mano e lo rialza.
Il peccato, in fondo, è questo: un inciampo lungo il cammino della sequela di Gesù. Ma il Signore prepara una via per il ritorno. E si presenta come colui che si prende cura del suo popolo, usando parole d’amore e immagini di tenerezza: “Io ti guarirò. Li amerò profondamente. Sarò come rugiada. Saranno alberi rigogliosi. In loro ci sarà bellezza e fragranza”. È la cura di un padre e di una madre verso i propri figli. La medicina che Dio usa è la misericordia, è l’amore.
In questo cammino quaresimale verso la Pasqua, oggi celebriamo anche il sacramento dell’Unzione degli infermi, che è un sacramento di cura e di misericordia. L’olio benedetto non è il segno della morte o della fine: è il segno della vita, dell’amore di Dio, che con il farmaco della misericordia vuole farci rifiorire, risplendere della sua bellezza.
Ci sono stagioni della vita in cui abbiamo bisogno di questa rugiada: durante l’infanzia, la giovinezza, l’età adulta, l’anzianità; nei momenti di salute e di malattia; nei tempi in cui siamo forti spiritualmente e in quelli in cui ci sentiamo deboli.
Dio dice che sarà come rugiada per Israele. Questa è un’immagine che la tradizione cristiana ha poi usato per indicare la grazia dello Spirito Santo. La rugiada dell’amore di Dio.
Quando, nel Vangelo, uno degli scribi chiede a Gesù: qual è il primo dei comandamenti?, Gesù avrebbe potuto rispondere: “Ama Dio, ama il prossimo”. Invece dice: “Ascolta” (Mc 12,30). Ascolta anzitutto ciò che Dio vuole dirti, perché è Lui che ti mette in cammino, che ti dona la via. La sua Parola salva, ci corrobora, ci fa crescere, ci apre alla fede e alla speranza.
Anche questo è il senso della Visita pastorale. Non serve a sostituire i parroci o i laici, né a toccare tutte le dimensioni della vita comunitaria. Serve per annunciare che Dio continua a invitare, anche oggi, le nostre comunità a mettersi in un atteggiamento di ascolto rinnovato della sua Parola e del suo progetto d’amore.
Il cuore della Visita pastorale non è dire cosa fare o dare istruzioni: è attivare un processo di discepolato, di sequela verso Gesù. Dall’ascolto nasce la fede, il cammino di fede. Quando non si ascolta – o si ascolta solo sé stessi – si inciampa, si va verso l’idolatria.
Possiamo allora vivere la Visita pastorale come un’occasione per riscoprire l’ascolto, come inizio rinnovato di quell’incontro gioioso con Cristo, di cui parla il Papa nell’Evangelii Gaudium: un incontro che si rinnova continuamente e che sostiene il cammino di conversione pastorale, che è prima di tutto conversione personale.
Uniti nella preghiera comune, nella comunione e nell’affetto che ci lega, nella condivisione della stessa missione – in forme e contesti diversi, secondo la chiamata di Dio e della Chiesa – andiamo avanti insieme, con fiducia nel Signore».
A conclusione della mattinata, l’Arcivescovo ha partecipato al pranzo di fraternità, condiviso con le signore ospiti della casa, le suore, i presbiteri presenti e il personale: un momento semplice e ricco di umanità, segno di una comunità viva e accogliente.
Giovedì 27 marzo, l’arcivescovo Gian Franco, accompagnato da don Giuseppe Faedda, direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, e da don Antonio Simula, parroco della Basilica del Sacro Cuore a Sassari, nel contesto della Visita pastorale in corso, ha fatto visita ai responsabili della Comunità dei Mormoni e della Comunità Evangelica, incontrandoli nelle rispettive sedi.
Gli incontri hanno rappresentato due momenti significativi per il dialogo ecumenico e interreligioso avviato in diocesi. Durante gli incontri sono stati affrontati temi di comune interesse, tra cui la pace, la collaborazione in iniziative sociali, l’importanza della comprensione reciproca e del rispetto tra le diverse fedi, il lavoro congiunto per il bene della comunità e la cooperazione tra le differenti tradizioni religiose.
Nel dialogo con i responsabili della Comunità dei Mormoni, l’Arcivescovo ha sottolineato:
«Il senso dell’incontro è una delle dimensioni principali che in questo momento vogliamo vivere. Sostanzialmente, noi, nello stesso territorio, viviamo un’esperienza di fede, un’esperienza di servizio. Credo, quindi, che potersi confrontare e conoscersi in tutto ciò che ci unisce sia una ricchezza, perché porta sicuramente del bene alle persone che serviamo nella nostra quotidianità.
E poi vi è un elemento fondamentale: Gesù Cristo. Credo sia uno dei punti sui quali il nostro sguardo è fisso, è fisso su di Lui. Ci incontriamo, certamente, ed è una cosa buona, ma il nostro incontro ha sempre un orientamento: la centralità di Gesù Cristo. Questo mi sembra uno degli aspetti più significativi del nostro cammino, e spero possa diventare sempre più profondo e costante.Perché il dialogo non è fatto solo di episodicità, ma anche di appuntamenti importanti.
Come sottolineato all’inizio, voi siete venuti tante volte alle iniziative da noi proposte, e di questo vi ringrazio. Non ci si è mai soffermati su chi viene o chi va, ma si è guardato al progetto, al bene e alla positività dell’incontro. Ecco, la venuta di Cristo, costante nella nostra vita, mi pare sia un fattore che tutti noi teniamo ben presente. Cristo è l’evento della Pasqua, un evento di grazia. Questo sguardo ci aiuta a non svilire il valore di Colui che annunciamo.
Indubbiamente, vi sono delle differenze nell’approccio alla fede, ma credo che puntare su tutto ciò che ci unisce sia una cosa importante. E sono davvero tante».
Nell’incontro con i responsabili della Comunità Evangelica, l’arcivescovo ha detto:
«È molto positivo potersi incontrare, dialogare e confrontarsi, specie in un momento storico così delicato, in cui ciascuno, dalla propria parte, può davvero contribuire alla pace. E poi, dato che voi avete questa peculiarità dello studio del testo biblico, sarebbe bello poter condividere insieme questa esperienza».
I due incontri si sono conclusi con lo scambio dei doni.