Nel pomeriggio di ieri, Venerdì Santo, l’Arcivescovo Gian Franco, nella Cattedrale di San Nicola, a Sassari, ha presieduto la celebrazione della Passione del Signore. Durante la Liturgia della Parola è stato proclamato il racconto della Passione secondo Giovanni; la Liturgia della Passione è proseguita con la Preghiera universale e l’adorazione della Santa Croce, e si è conclusa con la Santa Comunione.
Di seguito si riporta l’omelia tenuta dall’Arcivescovo:
«La liturgia della Passione del Signore ci invita oggi a compiere alcuni gesti, esteriori e interiori, per metterci alla scuola di Gesù. Il primo gesto a cui siamo invitati è quello dello sguardo: volgere lo sguardo a Colui che è stato trafitto. Non si tratta di una semplice vista esteriore, ma di uno sguardo contemplativo, attraverso il quale possiamo intravedere, nel mistero del Cristo crocifisso e morto, la totalità dell’amore di Dio. Uno sguardo che ci permette di cogliere l’immensità del mistero di un Dio che ha raggiunto l’umanità fino al patibolo della croce, fino a ogni forma di patibolo umano.
Perché Cristo ha scelto di arrivare fino al patibolo della croce?
Per compiere un atto di liberazione, un gesto continuo di amore verso la creatura umana, per restituirle il dono della vita nuova. È morto affinché in noi possa morire l’uomo vecchio e rinascere l’uomo nuovo. E ha trasformato il patibolo in un luogo sponsale, cioè in uno spazio di relazioni rinnovate, innanzitutto di riconciliazione tra Dio e l’umanità. Con quel gesto, ha voluto dire al mondo che Dio non è in opposizione all’uomo, ma è un mistero d’amore che avvolge e abbraccia l’uomo, raggiungendolo in ogni situazione. Ha attraversato il patibolo, lo ha vissuto, lo ha trasformato in un talamo. Solo Dio poteva compiere un gesto così profondo, così grande e così capace di trasformare. Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo trasformare i patiboli della vita in amore, ma ciò che Cristo ha compiuto è un atto radicale, puro dono di grazia.
È un atto con cui Dio desidera mostrare il suo amore per noi e, nello stesso tempo, ricordarci che siamo chiamati alla comunione con Lui. Quel luogo di tenebra e sofferenza diventa anche lo specchio dei patiboli della storia: oggi più che mai reali e presenti. Luoghi che attendono un annuncio concreto dell’amore e della misericordia di Dio. Luoghi dove si attende la luce di una vita nuova in Cristo, dove c’è sete di speranza. La croce è divenuta il segno di questa speranza, ed è quella speranza che oggi una parte così vasta dell’umanità aspetta, concretamente e realmente.
Ma ci sono anche altre forme di sofferenza, meno visibili: quelle psicologiche, spirituali, esistenziali. Anche lì si attende l’annuncio dell’amore di Dio. Per questo, il gesto che oggi compiamo – volgere lo sguardo a Cristo crocifisso – diventa anche una missione.
È un atto che fortifica la nostra fede. Come ci ricorda l’Evangelista, siamo chiamati a compiere questo sguardo perché la nostra vita si apra alla fede. A volte pensiamo che sia la fede ad aprire all’amore; altre volte è l’amore che apre alla fede. Qui, invece, è l’amore di Dio che sostiene la nostra fede e ci dice che vale la pena credere in Lui. Vale la pena professare la nostra fede in un amore così grande, così assoluto.
Tra poco compiremo un gesto significativo: il bacio del Crocifisso. Anche questo gesto, come quello dello sguardo, non è solo esteriore. È un modo per dire il nostro “Amen” al Signore. Quando riceviamo l’Eucaristia e ci viene detto: “Il Corpo di Cristo”, rispondiamo: “Amen”. Non è solo una parola: è un incontro d’amore tra noi e Cristo.
Allo stesso modo, attraverso il gesto del bacio al crocifisso, vogliamo esprimere e comprendere sempre più che il mistero dell’Eucaristia che celebriamo non è solo un segno, non è un simbolo che rimanda ad altro, ma è una presenza viva. E tra i gesti capaci di esprimere questa presenza viva, il bacio è uno dei più eloquenti: attraverso di esso, due persone entrano in relazione, comunicano.
E allora, proseguendo questa liturgia della Passione, chiediamo al Signore che questa celebrazione ci introduca in una comunicazione d’amore con Lui e con il mondo intero».
Nella tarda serata di Giovedì 17 aprile l’Arcivescovo Gian Franco Saba ha compiuto il pellegrinaggio di veglia e di adorazione all’altare della Reposizione, dove sono stati allestiti i “sepolcri”, delle sette chiese del centro storico di Sassari.
Nel pomeriggio di giovedì 17 aprile, nella Cattedrale di San Nicola, l’Arcivescovo Gian Franco ha presieduto la celebrazione della Messa in Coena Domini. Alla celebrazione, che ha dato avvio al Triduo pasquale – tempo centrale dell'anno liturgico – hanno partecipato i rappresentanti delle realtà socio-caritative della diocesi.
Nell’omelia, l’Arcivescovo ha detto:
«Se volessimo sintetizzare i grandi misteri che celebriamo questa sera nell’Eucaristia, comunemente ricordata come Messa in CoenaDomini, memoria della Cena del Signore, potremmo trovare un’espressione eloquente nella risposta che Gesù dà a Simon Pietro: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13,8).
Il mistero che celebriamo questa sera, infatti, è un mistero di partecipazione. Cristo Gesù offre se stesso, dona se stesso, non per un fine centrato sulla sua persona, ma per un fine rivolto all’umanità, verso di noi. È un orientamento di apertura, di convocazione, di partecipazione.
Domani pomeriggio, celebrando la Passione del Signore, ascolteremo un’altra parola rivolta a un personaggio noto, abitualmente chiamato il buon ladrone. Gesù gli dirà: “Oggi stesso sarai con me in paradiso” (Lc 23,43). Il mistero di Cristo che dona se stesso: è un mistero nel quale ciascuno di noi viene unito a Lui. Egli si dona affinché anche noi possiamo partecipare al suo amore.
E questo amore trova la sua massima espressione nel corpo dato e nel sangue versato. La Pasqua ebraica era significata come passaggio di liberazione, come rinnovamento dell’alleanza, come sangue dell’alleanza che esprimeva l’appartenenza all’amore di Dio e il segno dell’amore di Dio. Ora, Cristo che dona se stesso diviene Egli stesso Pasqua. Egli stesso compie un passaggio nel quale associa l’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Nell’Eucaristia noi viviamo questo grande mistero di convocazione: “Avrai parte con me” (Gv 13,8). Ecco perché l’Eucaristia – che abitualmente chiamiamo la Messa – è la Pasqua della settimana, è il centro della vita della Chiesa, è la sorgente, è la fonte dalla quale irrora quell’acqua che rende verdeggiante e viva la nostra vita.
La celebrazione dell’Eucaristia, infatti, come ci ricorda l’Apostolo nella Seconda Lettura, è l’annuncio della passione, della morte e della risurrezione del Signore: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore”(1Cor 11,26).
In una società come la nostra, nella quale siamo ormai abituati al consociativismo sociale, espresso in forme molteplici e talvolta anche ridondanti, abbiamo forse difficoltà a riscoprire il significato mistico dell’assemblea liturgica, dell’assemblea che si raduna per celebrare l’Eucaristia. Quando ci raduniamo per celebrare l’Eucaristia, non compiamo solo un atto di partecipazione privata, ma compiamo una missione. Rinnoviamo un mistero vivo nel tempo, annunciamo la morte e la risurrezione del Signore, e proclamiamo che Egli verrà un giorno, ancora, in modo definitivo, incontro a noi.
L’Eucaristia, quindi, è il segno più grande e più importante di ogni azione missionaria, di una Chiesa missionaria. In essa trovano origine e sorgente tutte le altre espressioni dell’annuncio e le modalità dell’annuncio del Vangelo: la diaconia della carità, le varie forme di diaconia o ministerialità, cioè tutti quei servizi attraverso i quali annunciamo ai nostri fratelli e alle nostre sorelle l’amore di Dio, il mistero della partecipazione.
Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium, utilizza frequentemente la parola “partecipare”. Non si tratta di un termine meramente sociologico. Certamente, in una società disgregata e in crisi di comunità, esso assume anche una valenza sociologica; ma, prima ancora, possiede una profondità teologica e mistica. Ci ricorda, infatti, che siamo convocati dal Signore per partecipare a un mistero di amore.
Tra poco esprimeremo questa missione di inviati a servire e a convocare l’umanità, dovunque essa si trovi, nelle sue diverse situazioni, attraverso il gesto della lavanda dei piedi. È la Chiesa, chiamata in modo personale e soggettivo, ma non solo: è la Chiesa come comunità che è chiamata a servire l’umanità, a chinarsi su tutte le situazioni umane.
L’annuncio di una rinnovata stagione missionaria nella Chiesa, dunque, non è una forma di colonizzazione, né una convocazione finalizzata a fare numero. Significa, invece, trasmettere la gioia dell’amore di Dio per tutti, permettere a ciascuno di comprendere davvero quanto amore Dio ha per ogni persona.
Sostenuti da questa forza, da questa fede, anche le nostre comunità – e nelle nostre comunità – siamo chiamati a riscoprire il significato dell’Eucaristia domenicale, l’importanza della cura dell’Eucaristia domenicale come un atto veramente missionario, una convocazione e una missione».
Questa mattina, Giovedì Santo, nella cattedrale di San Nicola, l’Arcivescovo Gian Franco Saba ha presieduto la Messa Crismale, concelebrata dai sacerdoti e dai religiosi della diocesi di Sassari. Tra i concelebranti anche padre Paolo Atzei, arcivescovo emerito di Sassari, e padre Luigi Tiana, abate del Monastero di San Pietro di Sorres.
Insieme ai diaconi e ai seminaristi, hanno preso parte alla celebrazione numerosi fedeli, in un clima di profonda comunione ecclesiale attorno al proprio Pastore. Tra i presenti, anche tanti ragazzi e ragazze che si preparano a ricevere il sacramento della Confermazione.
Durante la Liturgia Eucaristica sono stati consacrati gli Oli Santi: il Crisma, l’Olio dei Catecumeni e l’Olio degli Infermi. Per i presbiteri, la celebrazione ha rappresentato un momento particolarmente significativo, segnato dal rinnovo delle promesse sacerdotali, memoria viva del giorno della loro ordinazione.
Di seguito l’omelia dell’Arcivescivo:
«Carissimi presbiteri, diaconi, seminaristi, religiosi e religiose,
Cari fratelli e sorelle, la liturgia della Messa Crismale esprime e comunica con i simboli liturgici la missione di Gesù espressa nel testo evangelico di Luca: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato a portare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4,18).
La liturgia odierna mediante il simbolo dell’olio e del profumo, annuncia che Dio è sorgente di amore destinata ad irrorare la vita di ogni creatura. Profumo che porta il lieto annuncio. Questo amore è simile a un olio che risana le ferite; che consacra, imprimendo il segno di una indelebile relazione con Dio; è un profumo prezioso che inonda la vita umana, impregnandola della sua Santa Grazia con la potenza dello Spirito Santo. Il mistero dell’amore, che scaturisce dalla Pasqua di Cristo – sorgente di vita e di luce – viene a noi dispensato in modo del tutto peculiare proprio nel corso dell’Anno Santo che celebriamo nel segno della Speranza. Rinnovo anche per noi tutti l’invito di Papa Francesco, presente nella bolla di indizione: «Per tutti, possa essere un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, “porta” di salvezza (cf. Gv 10,7.9), che la Chiesa ha la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti quale «nostra speranza» (1Tm 1,1). È il profumo della Speranza che desideriamo invocare dal Signore, per la missione della Chiesa – della nostra Chiesa particolare e di tutta la Chiesa – affinché possa espandersi nei contesti geografici e antropologici del mondo contemporaneo.
La Parola proclamata ci aiuta a scoprire alcune note dominanti dell’Anno Giubilare, che possiamo sintetizzare con alcuni doni: la grazia, l’universalità, la missione, l’accoglienza. Dio stesso guarda l’umanità per chiamarla a un cammino di libertà: per sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo. Gesù, a Nazareth, annuncia che l’Anno Giubilare si concretizza come un cammino e un’esperienza di liberazione. La profezia di Isaia, nel capitolo 61, proclamata nella Prima Lettura, evoca la costante azione di Dio, volta a suscitare nel cuore umano la gioia della speranza, proclamando ai prigionieri la liberazione.
Il Dio della liberazione, tanto celebrato nella liturgia dell’esodo e nelle liturgie dell’esilio, oggi fissa lo sguardo su Gesù, Messia e Signore, mandato per rimandare gli oppressi in libertà, non solo per proclamare, ma per compiere un atto concreto di amore.
Luca è l’unico a menzionare espressamente un Anno Giubilare. Marco e Matteo si limitano a riferire che Gesù incominciò ad insegnare nella sinagoga. Luca, Apostolo della misericordia e dell’amore, invece, sottolinea in modo forte proprio questa dimensione della misericordia di Dio.
Gesù si alzò a leggere dopo che gli fu dato il rotolo del profeta Isaia (Lc 4,16). Apertolo, trovò il passo dove era scritto, “Lo spirito del Signore è sopra di me” (Is 61,1). In modo molto significativo, l’ultima espressione di Isaia letta da Gesù recita così: “per predicare un anno di grazia del Signore”. Gesù ci ha introdotti nel mistero pasquale, nell’Anno di Grazia del Signore. Una grazia che non ha confini di spazi, di tempo e di persone. È una grazia che tutti raggiunge e per tutti è donata.
Questa Scrittura adempiuta in Cristo invita anche noi a guardare a Lui, àncora della nostra speranza.
Gesù, infatti, desidera incontrare la persona umana nella sua realtà, nel volto concreto, per portareuna liberazione che non è solo un fatto esteriore: come un olio, un balsamo che penetra interiormente e fa sperimentare l’amore di Dio per ogni individuo.
Il seguito del racconto evangelico ci dimostra quanto fosse difficile per i gli ascoltatori di Gesù entrare nella logica delle sue parole: una grazia per tutti, una grazia senza confini. L’esercizio di apertura richiesto ai contemporanei di Gesù è richiesto anche a noi oggi, alla Chiesa di ogni tempo, affinché la missione di Cristo, Messia e Signore, che infonde il balsamo, il profumo della grazia dello Spirito, attraverso la missione della Chiesa possa profumare il mondo intero. È il costante invito di Papa Francesco che la Chiesa si metta in uno stato permanente di missione.
In questa logica, in questi anni abbiamo cercato di camminare in continuità con il lavoro dei nostri predecessori.
Oggi salutiamo con un caloroso applauso la presenza di Monsignor Paolo Atzei. Da qualche giorno, dopo aver lasciato il Centro Maria Bambina, si trova in una RSA nei dintorni di Sassari, nella sua Chiesa, la Chiesa che ha amato e servito con amore. Benvenuto, Padre Paolo!
Con l’olio profumato, nell'Antico Testamento, venivano unti i re, i profeti e i sacerdoti. Cristo ci mostra che non si tratta di un olio fisico, ma dell’olio spirituale, dell’olio dello Spirito: Colui che guida la sua missione in perfetta comunione con la volontà del Padre. Egli è il Messia, il Cristo, l'Unto del Signore. Anche noi veniamo associati a questa grazia messianica, a questa santa unzione, mediante i sacramenti dell’iniziazione cristiana, in modo peculiare con il Battesimo e la Confermazione.
Tra breve, pronunciando la preghiera di benedizione del Crisma, chiederemo a Cristo che quest’olio destinato alla Santa Unzione penetri e santifichi la creatura umana, affinché venga liberata dalla nativa corruzione e consacrata tempio della sua gloria possa spandere il profumo della vita santa. È qui la sorgente di ogni dignità e grandezza della creatura umana. Ringrazio per la presenza i cresimandi, oggi qui numerosi: vi preparate per un sacramento con il quale Gesù vi associa alla sua missione in modo tutto speciale. Con loro ringrazio anche i ragazzi cresimati recentemente.
L'Apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti, ricorda che: “Noi siamo, infatti, dinanzi a Dio il profumo di Cristo” (2Cor 2,15). Questa è la missione del popolo santo di Dio. È un modo peculiare per esprimere ciò che Papa Francesco afferma di ogni battezzato, quando dice: “ogni battezzato è una missione”. Ciascuno può espandere il profumo di Dio. È questa la via che il cammino sinodale intende promuovere, con una particolare attenzione al gran numero «di persone battezzate che però non
vivono le esigenze del Battesimo» (Evangelii Gaudium). Situazione paragonabile all’immagine del “grande elefante dormiente”, vale a dire una ricchezza di tanti doni distribuiti da Dio e di cui abbiamo bisogno di riscoprirne la bellezza, invitando anche quanti non sentono una Chiesa cordiale.
Il Santo Crisma a noi, vescovi e presbiteri, richiama in modo peculiare, il profumo della consacrazione e la grazia della vocazione al ministero ordinato.
In questa Messa Crismale, così particolare perché segnata dalla prospettiva ormai imminente del nostro saluto, mentre il Signore – nella sua provvidenza e attraverso la volontà del Santo Padre – ha disposto che io vada a servire un’altra realtà ecclesiale, desidero rivolgere in questa circostanza un pensiero speciale a ciascuno di voi, cari presbiteri, diaconi, religiosi. Vi esprimo la mia gratitudine,
piena di stima, per la vostra sollecitudine pastorale, per lo spirito di servizio e per la dedizione.La cura del presbiterio è stata per me un’istanza interiore, palesata sin dalla prima lettera pastorale.
Sono ben persuaso di non essere sempre riuscito a trasfondere, con segni ancora più evidenti, i sentimenti che lo Spirito del Signore ha suscitato nel mio cuore per voi. Su tutto questo conto, comunque, sulla vostra benevolenza e sul vostro perdono, qualora – anche involontariamente – avessi turbato o offeso qualcuno di voi. Ricordo i presbiteri che già contemplano la gloria celeste, con i quali ho collaborato e che mi sono stati vicini. Incoraggio e sostengo con la preghiera la vostra fedeltà a Cristo e alla Chiesa. Lo Spirito Santo continui a sostenere il vostro impegno e le vostre fatiche. Molto paternamente e sommessamente mi permetto di dire: non abbiate paura di vivere questa stagione ecclesiale segnata da cambiamenti epocali con fiducia e speranza. Essa non è un tradimento della sacra Tradizione della Chiesa, ma è un impulso dello Spirito Santo che invita la Chiesa ad aprirsi alle istanze di evangelizzazione del mondo di oggi.
San Paolo VI, in un suo testo, esorta a considerare che la situazione di ogni cristiano, e in particolare del sacerdote, sarà sempre una situazione paradossale e incomprensibile agli occhi di chi non ha fede.
Vogliamo chiedere al Signore, rinnovando le promesse compiute nel giorno della nostra ordinazione, che Egli accresca la nostra fede, che ci doni la grazia di approfondirla, poiché un ministero senza fede è fragile, e una carità senza fede potrebbe essere solo mondana.
A tutti i sacerdoti San Paolo VI ricorda: “dunque diciamo: non dubitate mai della natura del vostro sacerdozio ministeriale, il quale non è un ufficio o un servizio qualsiasi da esercitarsi per la comunità ecclesiale, ma un servizio che partecipa in modo tutto particolare, mediante il Sacramento dell'Ordine, con carattere indelebile, alla potestà del Sacerdozio di Cristo”. Il sacerdote, infatti, è uomo che vive non per sé ma per gli altri. È l’uomo della comunità. Vogliamo chiedere per tutti noi, per tutto il Popolo Santo di Dio, la fedeltà alla Grazia per una Chiesa di speranza in questo Anno Giubilare. Sintetizzerei l’effetto dei doni dell’azione dello Spirito nella capacità di una vita cristiana capace di abitare l’oggi, l’attualità. Una vita che attua una missione ecclesiale volta all'evangelizzazione dei poveri, alla liberazione degli oppressi. Una vita che riflette costantemente quanto la nostra esistenza generi l’azione dello Spirito. Papa Francesco ci sollecita più volte a essere generatori di speranza. La nostra scelta sarà tra il profumo del Santo Crisma oppure la puzza del sepolcro. Il Santo Padre, in un suo discorso, affermavache oggi viviamo una sfida bella e forte: quella di generare una cultura della vita, non lasciando mai che il male abbia l’ultima parola. La speranza – prosegue il Santo Padre – è questo grande patrimonio, che può essere considerato la leva dell’anima. Ma questa leva è esposta ad assalti e ruberie. Sono gli assalti del maligno, l’opera di Satana, il cui scopo è togliere la gioia e togliere la speranza.
Vi è un altro aspetto che desidero altresì sottolineare alla luce della liturgia odierna: maturare un’ autentica visione cattolica. Il Signore ci invia a tutti. Il percorso di speranza è rivolto ad ogni situazione e condizione. È, quindi, una speranza da donare a tutti, in una Chiesa che non è una dogana, ma un banchetto di convivialità per tutti. Essa fonda la sua convivialità nell’Eucaristia, sorgente della vita della Chiesa.
Il Santo Padre ci invita a promuovere percorsi di speranza per i bambini, anzitutto mediante una vera educazione, per educare al futuro. Vi è poi un’altra speranza: quella dell’accoglienza senza confini antropologici e culturali. Il Papa ci ricorda, in un suo testo: “Ma ditemi: se noi chiudiamo la porta ai migranti, se noi togliamo il lavoro e la dignità alla gente, questo non significa togliere la speranza?
Non significa correre il rischio di cadere nella corruzione?”. E aggiunge: “La corruzione è simile aun animale morto, il quale puzza”. Noi, invece, unti col balsamo dello Spirito, siamo chiamati ad essere segno di vita.
Vi è poi un altro segno di speranza giubilare, che il Santo Padre sottolinea: l’alleanza tra generazioni, chiamate a lavorare insieme per costruire il futuro con rinnovata passione. Nella bolla di indizione del Giubileo, egli afferma: “Prendiamoci cura dei ragazzi, degli studenti, dei fidanzati. C’è il rischio
di azzerare i desideri nelle giovani generazioni, vivendo il presente nella malinconia anziché nella gioia”. “Lo spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione” (Is 61,1). Ci conceda il Signore di non sprecare questo grande dono che a ciascuno di noi, in modo multiforme, ha elargito.
E ora, in conclusione, mi sia consentito un breve ricordo alla cara Chiesa dell’Ordinariato Militare d’Italia, che mi appresto a raggiungere. Il 25 maggio saluterò la Comunità diocesana Turritana e il 31 maggio – altra festa mariana – farò l’ingresso nella Chiesa dell’Ordinariato.
Ispirato da San Giovanni XXIII, uno dei Santi patroni delle Forze Armate, rivolgo a voi, cari fratelli e sorelle di questa nuova diletta Chiesa, che sono chiamato a servire, l’invito a condividere questo tempo che prepara il nostro incontro con spirito orante, affinché possa servirvi con l’amore di Cristo.
Consideriamo che, in questo tempo iniziale, non dobbiamo indulgere, come afferma San Giovanni XXIII, né allo spirito febbrile che accelera tutto, né al quietismo che rimanda per pigrizia.
Guardiamo tutto con semplicità e fiducia, un passo dopo l’altro, con spirito sereno e ascolto dello Spirito Santo, che ci invita a leggere i segni dei tempi in un mondo lacerato da conflitti e divisioni. Per il resto, siamo sempre sotto l’occhio, anzi sulle braccia, del Signore»
Questa mattina, prima della Celebrazione della Messa Crismale, i presbiteri, i diaconi e i religiosi della diocesi di Sassari si sono ritrovati, insieme all’Arcivescovo Gian Franco, nella cappella del Seminario diocesano per la recita dell’Ora Media.
Nella riflessione sulla Lettura proclamata, l’Arcivescovo ha detto: «Il testo della Lettera agli Ebrei ci invita a fissare lo sguardo su Gesù, il Figlio di Dio, Sommo Sacerdote. Egli è il volto del nostro ministero sacerdotale: un ministero che partecipa al mistero di Dio e, insieme, al mistero dell’umanità. In modo particolare, viene messa in luce l’umanità fragile, che Egli ha condiviso pienamente, passando attraverso la prova in ogni cosa, eccetto il peccato. Con gli occhi rivolti al mistero di Gesù, Figlio di Dio e Sommo Sacerdote, desideriamo rinnovare il nostro impegno a seguirLo, insieme alla Chiesa, camminando sulla via della santità da Lui indicata».