La preghiera della Comunità diocesana per i Vescovi della Sardegna

La preghiera della Comunità diocesana per i Vescovi della Sardegna

La Comunità diocesana è invitata ad accompagnare con la preghiera i Vescovi della Conferenza Episcopale Sarda, riuniti da oggi fino a venerdì prossimo a Oristano per vivere insieme il tempo degli esercizi spirituali.

Questo tempo di grazia rappresenta un’occasione privilegiata per rinnovare l’intimità con il Signore, ravvivare il senso della vocazione episcopale e approfondire la comunione fraterna tra i Vescovi, nella corresponsabilità del servizio pastorale al Popolo di Dio.

Sant’Orsola: sacramento dell’Unzione degli Infermi

Sant’Orsola: sacramento dell’Unzione degli Infermi

Nel pomeriggio di domenica 6 aprile, nell’ambito della Visita pastorale, nella parrocchia di Sant’Orsola, a Sassari, l’arcivescovo Gian Franco ha amministrato il sacramento dell’Unzione degli Infermi.

Dopo la Lettura della Parola di Dio, l’Arcivescovo ha rivolto queste parole ai fedeli:

«Carissimi fratelli e sorelle,

questo pomeriggio ci ritroviamo insieme, come comunità parrocchiali di Sant’Orsola, Santa Maria di Pisa e Nostra Signora del Latte Dolce, con i vostri parroci e gli altri sacerdoti, per celebrare una liturgia che, purtroppo, non è molto frequente nella vita pastorale della Chiesa: l’amministrazione del sacramento dell’Unzione degli Infermi, destinato alle persone fragili e ammalate. Per lungo tempo, infatti, si è pensato che questo sacramento dovesse essere richiesto solo nel momento terminale della vita, come accompagnamento alla fine dell’esistenza. La Chiesa – soprattutto attraverso il Concilio Vaticano II – ci ha aiutato a riscoprirne il significato autentico, alla luce della Parola di Dio.

Questo sacramento ha le sue radici fin dagli inizi della comunità apostolica. In particolare, nella Lettera di Giacomo (5,14-15) leggiamo che, “quando un fratello o una sorella è nella sofferenza, si chiamino i presbiteri per pregare insieme, imporre le mani, ungere con l’olio e compiere una preghiera di fede”. Questo orientamento originario ci aiuta a comprendere meglio anche il brano del Vangelo di Matteo (8,5-13) che abbiamo appena ascoltato: l’episodio del centurione che, a Cafarnao, si rivolge a Gesù per chiedere la guarigione del proprio servo, paralizzato e sofferente.

L’evangelista riporta che il servo “soffre terribilmente” e Gesù, toccato dalla richiesta, risponde: “Io verrò e lo curerò”. Il centurione non aveva chiesto a Gesù di andare di persona, ma solo di intercedere. Eppure, Gesù lo precede, gli dice: “Io verrò e lo curerò”. Il centurione, colpito dalla disponibilità di Gesù, replica: “Signore, io non sono degno”. Era andato infatti per chiedere una semplice preghiera e, invece, riceve la promessa della presenza concreta di Gesù. La fede del centurione è profonda: non pretende che Gesù entri nella sua casa, perché ritenuta indegna. Gesù, ammirato da questa fede e da tanto affetto per il servo, gli dice: “Sia fatto secondo la tua fede”. Ecco la potenza della fede: una fede che viene benedetta dal Signore. Il centurione torna a casa con la grazia ricevuta, con la consolazione di sapere che la sua preoccupazione è stata presa a cuore da Gesù.

L’episodio della guarigione del servo del centurione ci aiuta a comprendere che l’Unzione degli Infermi è un sacramento di fede. E come ogni sacramento, anche questo richiede fede: è nella relazione con Gesù che la fede diventa fondamentale. A Lui consegniamo le nostre sofferenze, i nostri dolori, le nostre malattie, le nostre vite. Gesù è venuto per sanare le pecore malate, per risanare il gregge di Israele. È il Pastore che si prende cura e dice: “Io verrò e lo curerò”.

A volte, nella vita, possiamo avere la tentazione di credere che la sofferenza domini su tutto. Gesù ci indica che la via per affrontare il dolore è quella della fede. Alcune volte il Signore ci cura fisicamente, altre volte spiritualmente, altre volte ancora in entrambi i modi. Viviamo in una società in cui tutto sembra affidato alla scienza e alla tecnica, e così possiamo pensare che le uniche cure siano i farmaci. Ma anche la fede è un vero farmaco,non perché gli altri farmaci non servano, ma perché ci fa riscoprire il primato della vicinanza di Dio nella nostra vita.

Nella sofferenza serve la grazia dell’affidamento. Ecco cosa vogliamo chiedere oggi al Signore: la grazia di affidarci totalmente a Lui. La grazia di avere una fede capace di riporre nelle Sue mani la nostra esistenza: le sofferenze fisiche, spirituali, psicologiche. Qualunque esse siano, la Sua grazia opera nella nostra vita.

L’Unzione degli Infermi non è un atto di consegna del morente, anche se il sacramento può essere conferito in quella fase della vita. È soprattutto la consegna della nostra vita a Gesù, medico delle anime e dei corpi. L’Unzione degli infermi è il sacramento della cura di Gesù, della sua prossimità. La Chiesa, amministrandolo individualmente o comunitariamente, celebra l’amore di Dio per ciascuno di noi. Infatti, l’unzione avviene con l’olio benedetto ed è destinata ai vivi. L’Unzione non si conferisce mai a un defunto. In quel caso si dà solo una benedizione, ma non si utilizza l’olio degli infermi. Proprio perché è un sacramento per i vivi. Dunque, non dobbiamo avere paura: non è il sacramento della paura o del timore, ma della vita. È il sacramento attraverso il quale possiamo percepire la cura di Gesù per ciascuno di noi.

La malattia, a volte, richiede molte grazie: la grazia della guarigione – sempre –, ma anche la grazia della pazienza, della fiducia, della sopportazione. La grazia di saper offrire le sofferenze, di vedere la luce anche quando tutto sembra buio.

Chiediamo al Signore di poter sperimentare, in ogni situazione della nostra vita, la Sua parola dolce e confortante: “Io verrò e ti curerò”».

 

 Durante la celebrazione hanno ricevuto il sacramento dell’Unzione degli Infermi anche don Gavino Sini e padre Luigi Maiocchi. Prima della benedizione finale, l’arcivescovo Gian Franco ha sottolineato il significato profondo della celebrazione interparrocchiale del sacramento dell’Unzione degli Infermi, che è coincisa con la celebrazione del Giubileo degli Ammalati a Roma, e ha invitato i presenti a pregare per Papa Francesco e per tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito.

Al termine della celebrazione, l’Arcivescovo ha salutato i fedeli donando loro un rosario, a ricordo della celebrazione.

Sant’Orsola: Celebrazione Eucaristica con l’amministrazione del sacramento della Confermazione

Sant’Orsola: Celebrazione Eucaristica con l’amministrazione del sacramento della Confermazione

Nella mattinata di oggi, domenica 6 aprile, l’arcivescovo Gian Franco ha presieduto la Celebrazione Eucaristica con l’amministrazione del sacramento della Confermazione, nella parrocchia di Sant’Orsola, in occasione della Visita pastorale. I cresimandi sono stati presentati da Padre Luigi Maiocchi.

Di seguito si riportano stralci dell’omelia che l’Arcivescovo ha tenuto dialogando con i ragazzi cresimandi.

«Come è consuetudine, viviamo il momento dell’omelia in forma di dialogo con voi, ragazzi che vi preparate a ricevere la Cresima. Non si tratta di un’interrogazione, ma di una semplice conversazione spirituale, che coinvolge non solo voi, ma tutta l’Assemblea. Dopo aver ascoltato la Parola di Dio, ci lasciamo guidare in questo dialogo che ci aiuta a comprenderla meglio.

Come ha detto padre Luigi all’inizio della celebrazione, ci troviamo nel tempo della Visita pastorale. Lui ha spiegato molto bene di cosa si tratta e, oggi, in questo contesto, celebriamo anche il sacramento della Confermazione durante il tempo liturgico della Quaresima.

Solitamente, durante la Quaresima non si amministrano i sacramenti dell’iniziazione cristiana, perché questo tempo è dedicato alla preparazione. Ma voi, ragazzi, vi siete già preparati.

Oggi, come tutte le Domeniche, celebriamo la “Pasqua della settimana”, la risurrezione di Gesù. Ecco, per noi, oggi, è un momento pasquale: il Vescovo incontra la comunità di Sant’Orsola e, in questa occasione, abbiamo voluto celebrare anche le Cresime. La Quaresima non è un tempo di lutto, ma un tempo di preparazione alla Pasqua. Questo tempo ci chiede dirisvegliare in noi la fede, la nostra identità di discepoli di Gesù. La Quaresima è un tempo importante.

Nella Prima Lettura (Is 43,16-21), abbiamo ascoltato che Dio promette di far scorrere l’acqua e far crescere gli alberi. È unapromessa importante: senza acqua, nel deserto non si può vivere, si muore.

Dal cuore di Gesù in croce, quando viene trafitto al costato, escono sangue e acqua. Quell’acqua è il segno dell’effusione dello Spirito Santo, che ci viene donato attraverso la Pasqua di Cristo risorto.

E oggi, cosa fa il Vescovo? Viene a donarvi lo Spirito Santo, lo Spirito del Cristo risorto. Ora capite perché questa Domenica, la Pasqua della settimana, la vostra comunità vive un momento pasquale grazie alla Visita pastorale, celebrando il sacramento della Confermazione.

Così come è faticoso senza acqua, allo stesso modo, camminare nella vita senza essere guidati dallo Spirito Santo è difficile. Il dono che ricevete oggi è un dono prezioso che vi accompagnerà anche nei momenti più duri. Voi siete in un’età di crescita, non siete ancora adulti. E per crescere si ha bisogno di sostegno. Lo Spirito Santo vi aiuta a crescere come cristiani per tutta la vita.

Voi siete giovani e avete tanto da camminare. Sostenuti dallo Spirito, anche il cammino più faticoso diventa possibile. Col tempo ci si accorge che, da soli, non possiamo fare tutto. Anche se abbiamo tanti talenti, non basta. Abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Lo Spirito Santo è come quell’acqua che, nel deserto, fa crescere gli alberi. Il frutto dello Spirito Santo è l’amore, di cui parla il Vangelo di oggi. Gesù oggi ci mostra che non è venuto per giudicare, ma per amare, perdonare e insegnarci la misericordia. Lo Spirito Santo ci rende capaci di portare frutto con l’amore di Gesù.

Per amare abbiamo bisogno di Dio. Oggi, in certe culture, si pensa che l’amore sia solo una cosa materiale. Invece, esiste un amore che nasce dalla fede, e che ci aiuta a dare valore anche alle cose materiali. Questo amore non giudica, ma sa avere misericordia. Oggi ci sono tante guerre, ma Dio vuole la pace. E la pace nasce dall’amore. L’amore autentico non pensa solo a sé, ma anche agli altri. È un amore che non finisce, come quello di Gesù. È un amore che non giudica, perché i giudizi sbagliati portano divisione e guerra. Gesù ci insegna a giudicare secondo il suo cuore.

Ora proseguiamo la celebrazione dell’Eucaristia, invocando il dono dello Spirito Santo su di voi e su tutti noi. Ricordiamoci che lo Spirito è presente nella nostra vita.

Che questa celebrazione sia per tutti l’occasione per riscoprire l’amore e l’acqua viva dello Spirito Santo».

Santa Maria di Pisa: assemblea parrocchiale

Santa Maria di Pisa: assemblea parrocchiale

Sabato 5 aprile, al termine della Celebrazione Eucaristica nella parrocchia di Santa Maria di Pisa, a Sassari, si è svolta l’assemblea parrocchiale, con la partecipazione del parroco don Nicola Carta, dei parrocchiani e dell’arcivescovo Gian Franco, che ha rivolto ai presenti queste parole:

«Credo che quanto abbiamo già condiviso nell’omelia, alla luce della Parola di Dio, si intrecci profondamente con le esperienze che voi vivete ogni giorno. È fondamentale lasciarci guidare dalla Parola: solo così le esperienze e le dimensioni comunitarie diventeranno sempre più solide e significative.

Nell’omelia ho sottolineato anche un altro aspetto: un parroco, da solo, non può farcela. Non è possibile. Ecco allora l’importanza delle ministerialità, della partecipazione. Questa è la Chiesa: una realtà che non si ripiega su se stessa, ma si apre, si dona. A volte, nelle parrocchie – e non solo – si rischia di andare avanti per inerzia. Penso, ad esempio, alle parrocchie di più recente fondazione: rispetto a quelle storiche, spesso si parte con grande entusiasmo, ci si coinvolge in modi mai sperimentati prima. Don Gavino mi raccontava dello stile creativo e partecipato che avete vissuto agli inizi della vostra parrocchia. 

Il Signore ci fa comprendere che la vita di una comunità è sempre legata alle vicende della storia, perché la Chiesa è pellegrina nel tempo. È legata ai nostri cicli di vita: nascita e morte, salute e malattia, momenti belli e momenti difficili… Tutto questo incide sul cammino delle persone concrete. Ci sono momenti in cui è necessario fermarsi, guardarsi negli occhi e chiedersi: “Cosa ci sta chiedendo il Signore, oggi? Qual è il passo da compiere?”. In questi anni, Papa Francesco ci ha invitato a entrare in una logica di conversione pastorale e comunitaria. È il cammino che, anche a livello diocesano, abbiamo avviato, che stiamo vivendo e sperimentando.

Per questo vi incoraggio a continuare con questo stile partecipativo, a mantenere vive le connessioni tra persone e comunità: solo così potremo davvero costituirci, come dice il Papa, in una condizione permanente di missione. Certamente esistono ancora i missionari ad gentes, ma oggi quelle umanità che un tempo sembravano lontane sono accanto a noi: vivono nei nostri quartieri, nelle nostre parrocchie. Sono volti, lingue, culture che un tempo chiamavamo “altre”. Questa realtà ci invita a uscire dalla logica della parrocchia “dell’io” per entrare nella logica della parrocchia “del noi”. Una comunità che passa dall’io al noi è una comunità inclusiva.

In questi anni abbiamo istituito il Centro Pastorale, non come luogo di centralizzazione, ma come strumento di comunione, di supporto, di condivisione e di raccordo. Non per livellare le differenze, ma per far emergere tutte le bellezze e le ricchezze presenti nelle nostre comunità. Ci sono poi la Fondazione Accademia e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose: strumenti dedicati alla formazione, che è altrettanto fondamentale. Un parroco da solo non può formare tutti i catechisti, i ministri straordinari, gli accoliti. Ha bisogno di essere accompagnato, sostenuto.

Dobbiamo sentirci dentro un percorso condiviso, comune. Quello che vivete oggi non è disgiunto da ciò che vivono le altre parrocchie: siamo tutti parte dell’unico corpo della Chiesa. Certamente ogni realtà ha le sue peculiarità, i suoi contesti, le sue persone… ma insieme siamo il corpo di Cristo in cammino. La sinodalità è proprio questo: non un semplice “stare insieme per fare qualcosa”, ma un camminare insieme per la missione, per essere missione.

Questa è una grande ricchezza, un’occasione di rilancio che vedo con gioia. Siamo nel mezzo di un naturale cambio generazionale, che deve avvenire e che riguarda tutti i contesti.

Non dobbiamo avere timore di fare proposte, di coinvolgere le persone. Forse siamo ancora legati a una mentalità secondo cui in parrocchia fanno le cose quelli vicini al parroco, quelli che già sanno cosa fare. Ma non è così. La Chiesa ministeriale non esclude nessuno: include tutti, valorizzando però le differenze e le peculiarità di ciascuno.

Questo è il mio incoraggiamento. Andiamo avanti insieme».

Celebrazione Eucaristica nella chiesa di Santa Maria di Pisa

Celebrazione Eucaristica nella chiesa di Santa Maria di Pisa

Nel pomeriggio di sabato 5 aprile, l’arcivescovo Gian Franco ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nella chiesa di Santa Maria di Pisa, in occasione della Visita pastorale.

Di seguito si riporta l’omelia tenuta dall’Arcivescovo:

«Nel mio cammino di presenza all’interno della nostra bella comunità di Santa Maria di Pisa, ho potuto vivere due tappe significative in questi anni. La prima, fino all’arrivo della pandemia da Covid, era caratterizzata da tanto movimento e partecipazione. Appena giunto a Sassari come pastore di questa amata Chiesa, ho potuto constatare il grande lavoro svolto dal parroco fondatore, don Gavino. Poi è arrivato il Covid, e con esso anche la malattia che ha accompagnato don Gavino nelle varie fasi della sua ospedalizzazione. Questo ci ha fatto toccare con mano tutta la nostra fragilità. Il Covid ha inciso in modo particolare sulla disgregazione delle relazioni. Poi è arrivato il caro don Nicola, prima per affiancare don Gavino e poi per assumerne pienamente il governo pastorale. Così è trascorso un tempo in cui le nostre comunità si sono un po’ svuotate. È emersa l’esigenza di riconquistare la fiducia, di superare la paura di uscire di casa. È stata una tappa faticosa.

Oggi, in questo contesto della Visita pastorale, vedo il volto di una parrocchia che rinasce. La presenza dei bambini e dei ragazzi, sia oggi che nei giorni scorsi, testimonia la dimensione rigenerativa della nostra comunità. Ed è motivo di grande gioia.

Sono qui per incoraggiare questo cammino: la via della rigenerazione, la via della rinascita. Perché la Chiesa è fatta di pietre vive. La Chiesa è giovane, come ci ricordò Papa Benedetto all’inizio del suo ministero. E Papa Francesco ci ricorda, continuamente, che la Chiesa ha bisogno del chiasso dei ragazzi e dei giovani per risvegliarsi. La Chiesa è giovane perché è lo Spirito Santo a renderla tale. E lo Spirito fa un rumore armonioso, un rumore che unisce. È questo che desidero vedere in questa tappa della Visita pastorale: una comunità che si rigenera e si mette in cammino.

In questi giorni abbiamo anche sperimentato la bellezza dell’incontro tra parrocchie vicine: Santa Maria di Pisa, Nostra Signora del Latte Dolce e Sant’Orsola. A volte può esserci la tentazione di sentirci distanti, di costruire pareti di isolamento. Ma i confini delle parrocchie hanno un’altra finalità: favorire una Chiesa di prossimità, una Chiesa di vicinanza.

È stato bello, ieri sera, durante la Via Crucis condivisa fra le tre comunità, camminare insieme per le strade del territorio. Ecco cos’è l’interparrocchialità. La parrocchia sinodale è proprio questo: qualcosa di molto semplice, ma profondo.

Se dovessi lasciare un messaggio, un programma, direi: proseguite la Visita pastorale. E questo non può farlo da solo il parroco, né i sacerdoti da soli. C’è bisogno della collaborazione di tutti: servono figure, ministerialità, servitori, animatori, educatori. Li abbiamo chiamati con un nome particolare: artigiani di comunità.

Ho visitato le realtà del territorio e ho incontrato tante persone belle. Dobbiamo liberarci da quel dito puntato che il Vangelo di Giovanni oggi ci invita a riconoscere. Qual è questo dito? È quello di chi giudica il prossimo, le situazioni, le culture, non con il cuore e la logica di Dio, ma con il metro umano. È la logica di chi si sente superiore. Ma Gesù ci dice che quel dito non va puntato verso nessuno. Va rivolto a terra. È un gesto misterioso, quello che l’evangelista ci racconta: Gesù scrive per terra. Avvia una nuova storia.

Lo fa per quella donna – la peccatrice, come la definivano scribi e farisei – che volevano punire perché adultera. Ma Gesù ci dice che non c’è nessuno che non sia nell’adulterio. Di quale adulterio parla? Di quello che tradisce l’alleanza con Dio.

Quante volte abbiamo tradito la fedeltà all’alleanza con il Signore? Tante. È una tentazione costante: l’infedeltà del nostro cuore. Chi di noi, dunque, può dire di non aver mai tradito l’alleanza? Nessuno. E allora questo ci fa respirare: ci apre alla celebrazione dell’Eucaristia, che è il luogo per eccellenza del mistero nuziale con Dio. Un Dio che accoglie tutti. Perché tutti siamo peccatori, mancanti, fragili.

La parrocchia è questo luogo meraviglioso dove tutti possono entrare. Questo “tutti” va annunciato. Perché oggi non tutti pensano che sia possibile entrare. Occorre uscire, ricomporre la famiglia.

A volte anche un parroco o un gruppo di fedeli possono sentirsi soli, come Gesù, con pochi intorno. Perché ci si allontana, non si condivide il pensiero di Gesù. Ma Gesù ha un pensiero buono: è lui il vero benpensante. I malpensanti sono quelli che non riescono a riconoscere la bontà del suo pensiero. Siamo chiamati all’incontro. A una Chiesa dell’incontro. A una Chiesa che esce.Ci sono tante formule, tanti modi che potete scegliere. Ma vi incoraggio in questa direzione: uscite. È facile dire “non ci sono, non vengono”, ma noi cosa facciamo per dire che c’è spazio per tutti?

Don Nicola, tu hai delle belle qualità umane per questo cammino: una grande capacità di relazione, di apertura – qualità che tutti ti riconoscono – e che a volte si esprimono anche in modo scherzoso, burlone. Se ben orientata, questa attitudine è davvero bella e fruttuosa. È stata anche una delle ragioni della tua scelta per questo contesto. E allora, oggi Gesù ci invita a non pronunciare parole di condanna definitiva, ma parole di misericordia, di inclusione, di accoglienza.

In sintesi, direi questo: stiamo continuando il cammino sinodale. Vi propongo di rendere queste tre parrocchie un vero cantiere sinodale. Ci sono linee guida e prospettive, ma potete usare la vostra creatività per creare cantieri sinodali anche fuori dalla chiesa, nei quartieri, nelle palazzine.

È lì che si trovano le speranze. La partecipazione è ciò che conta. Anche se si parte in pochi, non importa. L’importante è partire. Ci sono anche i cantieri sinodali dei bambini: sono bravissimi e capaci di promuovere un contagio di amicizia, di gioia.

Proseguendo nella celebrazione dell’Eucaristia, vi incoraggio a continuare su questa via. Vi ringrazio per ciò che state facendo, per l’accoglienza ricevuta. E prego perché il Signore renda sempre più fruttuosa questa bella realtà.

È vero ciò che diceva don Nicola all’inizio della Visita pastorale: a volte c’è la tendenza a identificare gli spazi, gli ambienti. Ma oggi Gesù ci insegna che non dobbiamo farlo. Dobbiamo guardare e ascoltare. La parola chiave è: discernimento. Questa è una situazione che riguarda tutti, non solo qualcuno. Ho visto che nelle case ci sono persone di grande fede. Donne e uomini che pregano: c’è la fede. E di questa fede bisogna parlare. La fede va riscoperta. Una fede bella è una fede contagiosa».

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