Il tema centrale che ha guidato la Pasqua dell’Università di quest’anno trae ispirazione dalle parole del Vangelo di Giovanni: «Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici». Questa frase, scelta come cuore pulsante della celebrazione, ha fatto da cornice all’evento svoltosi il 23 marzo 2026 presso la Chiesa del Rosario a Sassari, dove la comunità accademica si è ritrovata per una solenne Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Antonio Tamponi, Amministratore diocesano, in stretta collaborazione con Don Fabio Vincenzo Nieddu, responsabile della Pastorale Universitaria. Alla presenza del Magnifico Rettore dell’Università di Sassari, il prof. Gavino Mariotti, dei docenti e di numerosi studenti di ogni Facoltà dell’Ateneo Turritano, la liturgia ha segnato il culmine del cammino quaresimale, un tempo vissuto come immersione nel silenzio del deserto per rimettere Dio al centro dell’esistenza. Mons. Tamponi, nella sua omelia, ha sottolineato come la Cultura della Vita e dell’Amore vinca sulla morte proprio attraverso il modello di Cristo, il Pastore che non si limita a guidare ma pasce il suo gregge offrendo se stesso. In questo scenario, l’Università emerge come luogo d’elezione per una rinnovata alleanza tra fede e cultura, dove i docenti sono chiamati a essere Maestri della Parola e gli studenti instancabili cercatori della Verità cristiana. Questa dinamica trasforma il rapporto con il divino: non più servi, ma amici che operano nella società come luce e sale del mondo, testimoniando un amore che si fa carne, sangue e misericordia infinita.
A conclusione della celebrazione, Don Fabio Vincenzo Nieddu ha espresso un profondo ringraziamento a Mons. Tamponi per aver aiutato l’assemblea a comprendere il Mistero di Cristo che dona la vita per la salvezza di tutti. Ha rivolto un pensiero di gratitudine al Magnifico Rettore per la proficua collaborazione tra Diocesi e Università, che continua a generare fecondi momenti di dialogo, estendendo il ringraziamento ai rettori emeriti, prof. Maida e prof. Mastino, ai docenti e a tutto il personale tecnico, amministrativo e bibliotecario presente. Un plauso speciale è andato al Coro Uniss per l’animazione liturgica e, in modo particolare, alle studentesse e agli studenti della pastorale universitaria e dei movimenti ecclesiali. Don Fabio ha lodato il loro spirito missionario e l’impegno nel far sì che il dialogo tra fede e cultura non venga disperso, ma approfondito come un vero faro di speranza in un tempo storico segnato da crisi e inimicizie. Con l’augurio di una Buona Pasqua, ha esortato tutti ad assumere la verità dell’amore gratuito come impegno concreto nella società e nel mondo.
La Chiesa che è in Sassari guarda con attenzione e rispetto alle iniziative che, in diversi contesti della vita civile e sociale, intendono promuovere la pace, il dialogo e la fraternità tra i popoli. In un tempo segnato da conflitti e tensioni che feriscono la dignità della persona e mettono a rischio la convivenza tra le nazioni, ogni gesto che richiami alla responsabilità condivisa per la costruzione della pace rappresenta un segno significativo e un invito alla riflessione.
L’accoglienza della Lampada della Pace, proveniente da Assisi, che giungerà a Sassari il 21 marzo 2026, si inserisce in questo orizzonte simbolico e spirituale, richiamando l’eredità di San Francesco, testimone di riconciliazione, mitezza e fraternità universale. Tali valori trovano profonda consonanza con il messaggio evangelico e con l’impegno costante della Chiesa per la pace, intesa non solo come assenza di guerra, ma come opera di giustizia, di verità e di carità.
La comunità ecclesiale è chiamata a custodire e alimentare, nella preghiera e nelle opere, una cultura della pace che nasca dal cuore rinnovato e si traduca in gesti concreti di accoglienza, dialogo e solidarietà. In questo spirito, si auspica che ogni iniziativa orientata alla promozione della pace possa contribuire a rafforzare legami di fraternità e a suscitare, soprattutto nelle nuove generazioni, il desiderio di un mondo riconciliato.
Promosso e organizzato dalla Segreteria delle aggregazioni laicali in collaborazione con il Centro pastorale e la Fondazione Accademia, l’ 8 marzo scorso si è svolto a Sassari il ritiro spirituale della Quaresima dedicato ai laici e agli operatori pastorali della diocesi. La celebrazione nella cattedrale di San Nicola, ha aperto la giornata di ritiro ed è stata presieduta dall’amministratore diocesano, monsignor Antonio Tamponi. Durante l’omelia Tamponi ha meditato sul tempo della Quaresima, tempo penitenziale, nel quale il cristiano sente maggiore l’esigenza di conversione del cuore e la ricerca di comunione con Dio, riscoprendo la propria identità, iniziando dal Battesimo. Infatti facendo riferimento al Vangelo, e ai segni, il periodo quaresimale riporta all’essenza di quello che è Gesù Cristo per il cristiano: la fonte della vita e della salvezza. La simbologia dell’acqua ricorda la realtà battesimale, essendo elemento essenziale della vita, a simboleggiare quanto sia importante il dono di Dio e quanto sia essenziale Dio per l’umanità. La mattinata è proseguita nell’Auditorium Giovanni Paolo II con una conferenza dal titolo Radici conciliari, frutti sinodali: l’evoluzione della Missione dei laici della Chiesa, curata da Gavino Matteo Latte, docente di teologia morale dell’Istituto superiore di scienze religiose di Sassari e Tempio Ampurias.
Nell’ambito delle attività della Pastorale Universitaria, in collaborazione con la Fondazione Accademia, si è svolto l’11 marzo un incontro dedicato alle cure palliative, tenuto presso l’aula di farmacologia nel dipartimento di medicina dell’Università degli studi di Sassari, occasione di riflessione profonda sul rapporto tra medicina, tecnologia e dignità della persona umana. Il tema, centrale nel dibattito bioetico contemporaneo, è stato animato dagli interventi del prof. Mario Oppes, del prof. Pier Andrea Serra e della dr.ssa Anna Guido. A moderare, il prof. Claudio Fozza. Parlare di cure palliative significa porsi una domanda fondamentale sulla dignità della vita umana, del suo valore inviolabile anche nel dolore e nella sofferenza e, dunque, del fondamentale lavoro di cura che i medici, anche in questo senso, devono avere, per sfuggire alla tecnicizzazione di un mestiere oramai sempre più meccanico. Il primo intervento, a cura del prof. Oppes, si snodava nel pensiero filosofico per spiegare ai presenti proprio questo, cioè l’importanza che la figura del medico, per ricordarsi di essere un agente di cura a 360 gradi, implementi alla sua formazione scientifica una concreta conoscenza della bioetica, di cosa significhi parlare di vita umana nei termini di bene comune. Benedetto XVI, Romano Guardini e Karl Jaspers sono alcuni dei grandi teologi e filosofi che sono stati citati per comprendere l’approccio corretto alla materia. Il prof. Serra ha proposto una riflessione sulla trasformazione della figura medica, a partire da una constatazione scomoda, in perfetta continuità col discorso iniziato dal prof. Oppes, cioè che il medico del futuro non può essere uguale a quello del passato. In un mondo in cui l’intelligenza artificiale supera l’essere umano in molti compiti tecnici, il valore aggiunto del medico non può più risiedere soltanto nella competenza tecnica. Serra ha proposto come concetto bussola quello di equità sanitaria, ricordando la costante tendenza del sistema sanitario alla privatizzazione, invocando dei principi di equità sanitaria e di universalismo proporzionato. Serra ha anche illustrato il funzionamento dell’intelligenza artificiale in ambito medico, spiegando il meccanismo delle reti neurali e dei “pesi” sinaptici, e presentando l’esempio di MedGemma, un modello compatto capace di analizzare referti e di rispondere a quesiti diagnostici. La conclusione implicita: l’IA può assistere, ma non può sostituire il giudizio clinico umano, né la relazione di cura. Infine, la dottoressa Guido ha portato la voce più concreta e toccante dell’incontro, affrontando il tema delle cure palliative partendo da esperienze sul campo. Le cure palliative sono state definite cure dello stare: un approccio che non mira a prolungare la vita a ogni costo, ma ad accompagnare il paziente e la famiglia con presenza, ascolto e sollievo dalla sofferenza, comprendendo anche interventi non farmacologici. Attraverso una serie di casi clinici, la dottoressa ha aperto una finestra su storie di bambini e ragazzi in condizioni di malattia grave, stimolando riflessioni etiche intense. Il messaggio di fondo è rimasto impresso: non si tratta di aggiungere giorni alla vita, ma vita ai giorni.