Domenica 25 Giugno 2017
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Cenni storici dell'Arcidiocesi di Sassari   versione testuale
I.   LE ORIGINI

L’arcidiocesi è il risultato dell’unione di tre diocesi medievali: Turris, Ploaghe e Sorres.

La prima evangelizzazione di Turris Libisonis (Libyssonis), oggi Porto Torres, si deve a persone legate alla navigazione, provenienti per lo più da Ostia, dove è attestata la presenza di negotiatores e navicularii turritani. La recensione più antica del martirologio geronimiano attesta che a Turris, durante la persecuzione di Diocleziano, Gavino subì il martirio il 25 ottobre. La tradizione associa a Gavino anche i martiri Proto, presbitero, e Gianuario, diacono.

La prima menzione della sede di Turris risale al periodo in cui la Sardegna era sotto il dominio dei vandali. Per promuovere la dottrina ariana tra i vescovi cattolici del suo regno, il re Unnerico nel 484 li convocò a Cartagine per una disputa teologica. Vi partecipò anche Felice di Turris insieme ad altri quattro vescovi sardi.

La diocesi in questo periodo risulta suffraganea del metropolita di Carales. Anche nel primo periodo bizantino l’organizzazione religiosa rimase immutata. Infatti dall’epistolario di san Gregorio Magno si evince che il vescovo di Turris, Mariniano, è ancora sotto la giurisdizione cagliaritana. Papa Giovanni V (685-686) contestò, però, all’arcivescovo di Cagliari, il diritto di consacrare i vescovi di Turris, per cui riunì un “concilium sacerdotum”, per farvi dichiarare la diretta dipendenza di quel vescovo dalla Sede pontificia.

II.  il medioevo

Agli inizi dell’XI sec. Pisa e Genova cacciarono i saraceni dalla Sardegna ed entrarono in contatto con i regoli che governavano i quattro piccoli regni indipendenti. Turris, ancora nell’XI sec., sembra essere il centro principale della Sardegna settentrionale e la capitale del regno omonimo. La sede ecclesiastica venne elevata a dignità metropolitana con il pontefice Alessandro II (1061-1073) e alla sua provincia ecclesiastica furono assegnate ben sette suffraganee (Ampurias, Bisarcio, Bosa, Castra, Ottana, Ploaghe, Sorres); Gregorio VII (1073-1085) nel 1073 vi nomina come arcivescovo Costantino di Castra. Tramite il suo legato Guglielmo di Populonia, Gregorio VII insisté presso Mariano, giudice di Torres, perché si attuassero nel suo giudicato le prescrizioni canoniche sulla vita e l’istruzione del clero: ce n’era proprio bisogno perché dal contaghe di San Pietro in Silki emerge come fossero piuttosto frequenti i casi di presbiteri di condizione servile e coniugati e, di conseguenza, quale fosse la loro inadeguatezza morale e culturale e la mancanza di idoneità agli ordini sacri. Con Urbano II (1088-1099) al presule di Pisa fu concesso l’ufficio di legato, non ad personam ma ad sedem.

Tra XI e XII sec. vi si insediarono i monaci cassinesi, vallombrosani, camaldolesi e cisterciensi. Questi ultimi, in particolare, si diffusero, grazie al fatto che il giudice di Torres, Gonario, dopo un incontro con san Bernardo, lasciò il regno, nel 1154 entrò nel monastero di Clairvaux e indossò l’abito cisterciense vivendo santamente. Si deve alla sua influenza la fondazione di Santa Maria di Corte, presso Sindia, nella diocesi di Bosa, e quella di Santa Maria di Paulis, presso Ittiri, nella diocesi turritana. Alla fine del XII sec. Torres è governata dal cisterciense Erberto (1181-1198), di cui è stata tramandata una raccolta di exempla, dal titolo Liber miraculorum et visionum, che ebbe straordinaria fortuna presso i cisterciensi dell’Austria, della Baviera e della Sassonia. A questo periodo si fa risalire il completamento della splendida cattedrale di San Gavino, iniziata un secolo prima, secondo lo stile romanico - pisano.

Intanto la città di Turris perde la funzione principale di porto commerciale e attraversa un grave periodo di decadenza; per giunta nei primi decenni del XII sec. la capitale del regno venne trasferita da Turris ad Ardara, situata più all’interno del Giudicato.

Anche l’arcivescovo e il capitolo abbandonarono l’antica sede per risiedere a Sassari, che nel XIII sec. appare già popolata e sufficientemente organizzata, anche dal punto di vista ecclesiastico (la città nel 1278 viene suddivisa in cinque parrocchie). Solo nel 1441 la Sede apostolica con la bolla Super universas vi trasferisce il titolo e la cattedrale. Nel frattempo i monaci benedettini erano stati sostituiti dagli ordini mendicanti, complice la diffusione della feudalizzazione catalano-aragonese, preceduta dalla nuova organizzazione economica introdotta da Pisa, che aveva notevolmente contribuito a impoverire le proprietà terriere dei monasteri e delle varie chiese.

A Sassari i francescani si insediarono presso la chiesa di Santa Maria di Betlem attorno alla metà del XIII sec.

Nell’età aragonese (XIV-XV sec.) furono celebrati i sinodi cosiddetti “del Logudoro”, chiamati in tal modo dall’area nord-occidentale dell’isola, cui appartengono le varie diocesi interessate.

Attraverso i canoni di alcuni di questi sinodi sembra solidamente attestata l’antica consuetudine da parte dei vescovi suffraganei di Sassari di intervenire presso la basilica di San Gavino di Porto Torres alle feste dei martiri, in maggio e ottobre, e ai relativi sinodi, sebbene il declino di Turris, dopo due secoli e mezzo di solitudine, si venisse aggravando proprio a partire dagli ultimi decenni del Quattrocento, specialmente a causa dell’emergere della pirateria barbaresca nel Mediterraneo occidentale.

III. l’età moderna

Con l’inizio del periodo spagnolo le diocesi suffraganee di Ploaghe e di Sorres furono unite a quella di Sassari. Le unioni decretate da Giulio Il (1503) non ebbero immediata attuazione, perché il papa aveva stabilito che essa avvenisse alla vacanza delle sedi interessate. Ciò si verificò rispettivamente nel 1523 e nel 1505.

A cavallo del XVI sec. occupa una singolare importanza il presule Salvatore Alepus (1524-1566): si impegnò per la riforma della vita del clero e del popolo; partecipò alla prima e seconda sessione del concilio di Trento e vi si distinse per cultura e preparazione teologica, intervenendo su alcuni aspetti della dottrina eucaristica. Di lui si conservano alcuni verbali di visite pastorali, svolte nel 1553 e 1556, nonché diverse costituzioni sinodali attraverso le quali il presule intende riformare la vita del clero e obbligare i parroci a curare l’istruzione religiosa del popolo; per facilitarne il compito fece comporre un Libellus doctrinæ cristianæ in hidiomate sardo, del quale purtroppo non ci è pervenuto alcun esemplare. Nelle stesse costituzioni stabilì di voler riprendere l’antica consuetudine che vincolava i vescovi suffraganei della provincia turritana a intervenire alle feste di San Gavino presso la basilica di Turris e a partecipare ai relativi sinodi.

Questi timidi tentativi di riforma furono accompagnati da ulteriori fattori che avviarono un serio cambiamento della vita diocesana. In primo luogo l’arrivo dei gesuiti che l’Alepus aveva avuto modo di conoscere a Trento. Essi, già presenti dal 1559 a Sassari, nel 1562 vi aprirono con successo le scuole; solo nel 1612 il collegio gesuitico poté conferire gradi accademici, anche se limitatamente alle facoltà di filosofia e teologia; successivamente nel 1617 Filippo III concesse il titolo di università di diritto regio.

In secondo luogo i vescovi che governarono la diocesi a cavallo del XVI-XVII sec. attuarono la riforma tridentina attraverso visite pastorali e sinodi. Questi ultimi non interessarono solamente la diocesi di Sassari ma l’intera provincia ecclesiastica. In quel periodo vennero celebrati almeno quattro concili provinciali (1585, 1598, 1606, 1633) convocati rispettivamente da Alfonso de Lorca (1576-1603), Andrea Bacallar (1604-1612), Giacomo Passamar (1622-1643). Con i canoni sinodali vennero resi obbligatori gli incontri periodici tra ecclesiastici di parrocchie vicine, al fine di curare meglio la loro formazione spirituale e dottrinale. Gli sforzi maggiori furono diretti alla cura animarum per trasformare i numerosi vicarii ad nutum in perpetui.

Intanto arrivarono in città altri ordini religiosi: i serviti (1540), i cappuccini (1591), i domenicani (1595), i carmelitani (1610), i mercedari (1610), i trinitari (1610), i fatebenefratelli (1639) e infine gli scolopi (1693); i francescani si diffusero anche in alcuni paesi della diocesi: tutti svolsero un ruolo di prim’ordine nell’applicazione della riforma tridentina.

Per l’istruzione religiosa del popolo alcuni vescovi curarono la stampa dei catechismi in lingua sarda. Così Gavino Manca de Cedrelles (1613-1620) pubblicò la versione dall’italiano in sardo logudorese della Dichiarazione del Simbolo apostolico del Bellarmino. A partire dalla seconda metà del XVII sec. durante le visite pastorali gli arcivescovi insistevano perché si svolgesse regolarmente la catechesi parrocchiale, a cominciare dall’istruzione religiosa dei fanciulli. Per favorire l’insegnamento Giuseppe Sicardo (1702-1714) fece comporre e pubblicare un nuovo catechismo sempre in lingua sardo - logudorese.

Erano soprattutto le confraternite a incrementare nei soci la frequenza ai sacramenti e le pratiche religiose, ma anche a intervenire a favore dei confratelli in difficoltà e nei confronti di vari problemi sociali. Nella città oltre la confraternita di Santa Croce, presente in tutte le parrocchie della diocesi, si erano diffuse anche quella dell’Orazione, dei Martiri turritani, del Rosario, di Santa Maria d’Itria, di Santa Maria dei Servi, di San Carlo e di San Filippo Neri. I gesuiti nella sola città di Sassari dirigevano cinque congregazioni mariane per gli studenti e per i fedeli più in generale. Le missioni popolari poi contribuirono a risvegliare il senso religioso dei fedeli. La costruzione di nuove chiese e di conventi, dotati di opere d’arte di notevole valore artistico, abbellirono non solo l’ambiente cittadino ma anche quello dei villaggi. Alle confraternite in particolare è da attribuire la diffusione dei gosos, poesie in lingua sarda di indole sia catechetica sia devozionale in onore di Cristo, della Madonna e dei santi o per implorare la loro protezione.

In quegli stessi anni si verificarono contese e rivalità tra Sassari e Cagliari oltre che per motivi politici anche per ragioni ecclesiastiche. Gli arcivescovi di entrambe le città intendevano fregiarsi del titolo di “Primate della Sardegna e della Corsica”. Nacque così una gara accesissima, tanto che la questione venne presentata al tribunale della Sacra Rota. La questione andò avanti fino alla metà del XVII sec., talvolta segnata da episodi di intolleranza e da disordini, fino al momento in cui giunsero le decisioni dei tribunali romani, che però si limitarono a riconoscere la sede di Cagliari come la più antica della Sardegna, lasciando impregiudicata la questione del primato.

In età sabauda (1720-1847) il clero si mostra in un primo momento insofferente verso la nuova amministrazione, specialmente a causa del rigido giurisdizionalismo dei sovrani piemontesi. Verso la metà del secolo i rapporti diventarono più distesi, specialmente in seguito alle riforme boginiane (1759-1773). Anche a Sassari si riscontrano vivaci segni di ripresa nella vita religiosa. L’arcivescovo piemontese Matteo Bertollinis, prima vescovo di Alghero dal 1733, e poi di Sassari dal 1741, fu uno strenuo propugnatore della pratica degli esercizi spirituali per il clero diocesano, pratica che in poco tempo venne estesa a tutti coloro che si preparavano gradatamente al presbiterato. Inoltre prese a cuore le sorti del seminario di Sassari, fondato alla fine del XVI sec. dal De Lorca, assicurandogli una base finanziaria solida e aggiornando i metodi di insegnamento e la preparazione dei futuri sacerdoti. Si dedicò a eliminare alcuni abusi radicati in mezzo al popolo, particolarmente l’usanza delle prefiche. Anche i successori Carlo Francesco Casanova (1751-1763) e Giulio Cesare Viancini (1763-1772) intervennero per inculcare l’obbligo del riposo festivo ed eliminare superstizioni e abusi dalle pratiche religiose.

Del Viancini rimane un regolamento dato al seminario, ispirato alle disposizioni di san Carlo Borromeo, e un testo a stampa della dottrina cristiana scritto in dialetto sassarese.

IV.  età contemporanea

Per tutto il XIX sec. si verificarono lunghi periodi di sede vacante, con conseguente grave disagio per l’azione pastorale.

Inoltre dopo la metà del XIX sec., si susseguirono le leggi eversive con le quali furono abolite le decime e soppresse le corporazioni religiose con l’incameramento progressivo e sistematico dei beni ecclesiastici. Lo stesso arcivescovo Domenico Varesini (1838-1864), che aveva inviato a tutti i parroci una circolare di protesta contro l’abolizione della censura e del foro ecclesiastico, fu citato in giudizio e condannato agli arresti domiciliari.

Ciononostante a Sassari per iniziativa privata di alcuni nobili e prelati si promossero alcune importanti istituzioni a carattere sociale, rivolte specialmente all’assistenza dell’infanzia. Nel 1832 il marchese di Putifigari, don Pilo Boyl, vi fondò l’orfanotrofio delle Figlie di Maria, mentre nel 1858 Carlo Rugiu Tealdi e altri benefattori istituirono l’ospizio di San Vincenzo per accogliere gli orfani. Nell’anno successivo fu fondata la conferenza delle Dame di Carità.

Dopo la morte del Varesini, avvenuta nel settembre del 1864, la sede rimase vacante per oltre sette anni a causa del conflitto tra Stato e Chiesa. Solo alla fine del 1871 vi fu nominato Diego Marongio-Delrio, già vicario capitolare, anche se l’exequatur gli venne concesso solo nel 1878. Con lui la vita religiosa riprese in tutti i campi e l’associazionismo cattolico fu incoraggiato e sostenuto. Per suo interessamento la Santa Sede nel 1876 istituì la facoltà teologica aggregata al seminario di Sassari, qualche anno dopo la sua soppressione (1873) nell’università statale. Per la formazione dei chierici accolse nel 1879 i vincenziani della Provincia piemontese. Nel 1877 celebrò il sinodo e nel 1890 presiedette a Sassari un congresso episcopale di vescovi sardi. Compì ben cinque visite pastorali (1873, 1878, 1884, 1889, 1896), nel 1886 eresse la parrocchia cittadina di San Giuseppe (fino a quel momento le parrocchie erano rimaste ancora le cinque del XIII sec.), dopo che Sassari si sviluppò oltre le mura medievali. Promosse in città la società operaia del “Sacro Cuore” (1893) e approvò gli statuti della Società di mutuo soccorso “San Giovanni Battista” di Ossi (1902).

Con l’avvento dei Preti della missione le opere di assistenza si moltiplicarono, l’Opera della propagazione della fede fiorì e il movimento cattolico iniziò a svilupparsi in diocesi. Tra i vincenziani si distinse padre Manzella, formatore di chierici e sacerdoti, apostolo e animatore di opere di assistenza in tutta l’isola.

Nel 1905 l’arcivescovo Emilio Parodi (1905-1916), vincenziano, in adempimento di un desiderio del suo predecessore monsignor Marongio fondò il circolo “Silvio Pellico”, al fine di istruire nella religione gli studenti. Nel 1908 padre Luigi Deligia dei minori conventuali diede vita a un circolo per operai, artigiani e contadini, denominandolo “Robur et virtus”. Anche Cleto Cassani (1917-1929) creò circoli giovanili in tutte le parrocchie. Sostenne il Circolo missionario “San Francesco Saverio”, sorto nel seminario locale, che promuoveva tutti gli anni una giornata missionaria diocesana. In seguito alla straordinaria riuscita di quella del 1926, celebrata alla presenza del segretario dell’Opera di Propaganda fide, monsignor Durando, fu chiesto a Pio XI di fissare una giornata mondiale per la propagazione della fede, cosa che avvenne nell’aprile del 1926. Con l’arcivescovo Arcangelo Mazzotti (1931-1961) fiorì abbondantemente l’Azione Cattolica e la Chiesa turritana visse tempi di grande impegno e passione da parte dei sacerdoti e di molti laici, ottenendo ricchi frutti specialmente in campo giovanile, nel mondo della cultura, nell’apostolato liturgico e nell’azione sociale. Celebrò nel 1947 un sinodo diocesano e nell’anno successivo il congresso eucaristico regionale. Degli ultimi vescovi Agostino Saba (1961-1962), Paolo Carta (1962-1982) e Salvatore Isgrò (1982-2004), merita essere ricordato quest’ultimo per la celebrazione del Sinodo (1990-1991), lo svolgimento di quattro visite pastorali (1985-1986; 1991-1993; 1996-1997; 2001-2002), per l’organizzazione della missione popolare del 1999 nonché del Congresso eucaristico del 2003. Per sua iniziativa nel 1987 la Santa Sede eresse il locale Istituto di Scienze Religiose in Istituto Superiore, che oggi conta 135 iscritti e ha conferito finora 271 tra diplomi e lauree. Attualmente è arcivescovo monsignor Paolo Atzei, nominato il 14 settembre del 2004 e che ha fatto il suo ingresso in Diocesi il 31 del mese successivo.

 

 

G. Zichi, “Sassari”, in L. Mezzadri - M. Tagliaferri - E. Guerriero (diretto da), Le Diocesi d’Italia (vol. III), San Paolo, Cinisello Balsamo 2008, 1153-1159.VII nel 1073.