Mercoledì 17 Gennaio 2018
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BUON NATALE E BUON ANNO, DAL PROFONDO DEL CUORE, A TUTTI VOI   versione testuale
Gli auguri nel racconto di don Emanuele Piredda e di don Francesco Meloni

Sono le 20.00 del 31 dicembre e sono ad Analavoka.  Francesco, invece è ad Isifotra, insieme ai nostri ospiti. Ormai da mezz’ora sono immerso nella preghiera preparata per salutare il vecchio anno e apprestarsi al nuovo che viene. Un anno passato con intensità: viaggi, incontri, lunga malattia… ma c’è una domanda, che più di tutte, preme nella mia interiorità. Non c’è dubbio che le mie circostanze passate mi abbiano cambiato, ma è stato solo un avanzamento psico-fisico verso l’invecchiamento inesorabile, o invece, c’è stato un progresso interiore verso la mia realizzazione?
 
Sono davanti all’Eucarestia, esposta solennemente sull’altare, e il canto dei salmi penetra nei sotterranei della mia intimità portando un po’ di luce, quel tanto che basta per sentire il desiderio di cercare Lui, di essere come Lui, al di fuori di ogni istituzionalizzazione, non per compiere un dovere, ma per essere veramente quello che sono: me stesso.
 
Avverto la presenza di qualcuno che mi sfiora e la sua voce tenue, che sussurra per non di sturbare, mi richiama all’esteriorità: è Aime. «Mompera, misy saro-teraka – padre, c’è un parto difficile». Per un momento rimango incantato: “118, croce gialla, verde, azzurra, protezione civile… chi chiamare?” Lo sguardo grave, preoccupato e urgente di Aime mi riporta alla realtà, come se mi dicesse: “Sei tu, tutto questo per noi”. “Cavolo! sei mesi in Italia appena trascorsi mi hanno anestetizzato per benino!” Se la vita sociale in occidente fosse un allucinogeno, direi che la varietà italiana è diventata più potente rispetto al passato. «Okey Aime, arrivo!».  Fuori dalla chiesa ad attendermi ci sono tre uomini. Mi spiegano che c’è una donna che da ieri è in travaglio, è molto debole e mi chiedono di accompagnarla all’ospedale. Mi muovo subito, non c’è un minuto da perdere. Lascio a suor Florine, la superiora delle Francescane, l’incombenza di portare a termine l’adorazione. Il tempo di togliere il camice e mettere due cose nella borsa alla rinfusa, e via a prendere la donna.
 
Sono le 20.15 e sono davanti al dispensario. La donna è di Sakafaseny, un villaggio a nord d’Analavoka a tre ore di distanza a piedi. Ci sono tante persone, a occhio ne conto una decina, dev’essere una famiglia numerosa e premurosa. Individuata la donna sotto il suo “bodo” (la coperta d’ordinanza quando una persona è malata); non importa se siamo d’estate, la coperta se stai male va messa! «Iza no miara-mandeha amin’ny apela? – Chi è che accompagna la donna?» chiedo alla comitiva. Subito si fa avanti un gruppetto – poi saprò che sono la mamma, la sorella, il babbo, uno zio ed il marito.
Intanto che gli uomini organizzano le “fitoavana” (l’occorrente per il viaggio: due pentole, due fasce di legna, due stuoie, e il riso sufficiente per due giorni) aiuto la donna a salire in macchina. È buio pesto e i fari della macchina non mi aiutano a inquadrare bene i profili, l’andirivieni delle donne mi confonde; a volte, le altre donne sono più agitate della stessa partoriente. Vedo la nonna che ha un fagottino in mano, gli chiedo di passarmelo per aiutarla a salire, la cura e la premura che mette nel passarlo mi fa intuire che non è un semplice fagotto: sono le fasce di un bambino appena nato. Non so spiegarmelo, è stato un istante eterno, nel vederlo sono folgorato: “è Lui… È il re dei re!!!” Il re dirà loro: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Mt 25, 40
 
«Ma come, allora è nato!» Esclamo io. «Sono due, mompera, l’altro è ancora dentro» ribattono loro. «Quando è nato?» «ieri alle 16.00…» «come ieri! e la donna è cosi da più di 24 ore?» «si! tu sei arrivato ieri sera nel villaggio ma solo poco fa abbiamo saputo che c’eri!». Da l’altro lato del mondo si fa di tutto pur di comunicare, anche se la maggior parte delle comunicazioni è senza senso, e da questo lato – il lato sud?
Sono le 20.30 stiamo lasciando il villaggio di Analavoka verso l’ospedale di Sakalanina a 90 km di distanza per quattro ore di percorrenza. Se dovessi rapportare lo stato della strada alla misura della forza del mare, direi che stavamo viaggiando a forza otto. Mentre la strada scorre, sento delle lamentele quasi impercettibili, è la donna. Attraverso lo specchietto retrovisore intuisco il suo viso – sofferente si, ma dignitoso; ogni buca e ogni scossa, metterebbe in difficoltà la più tenace delle persone e lei… lei è li, combattiva. Mi tornano in mente i tanti discorsi, gli incontri, i confronti fatti nei mesi scorsi in Sardegna, che oggi piange per la crisi, che la sta stringendo forte, e per la mancanza di opportunità, che la sta mandando in rovina. Se solo sapesse, la mia amata Sardegna, cosa significa davvero crisi e mancanza di opportunità!
La vera via dello sviluppo non si realizza aspettando che qualcuno crei le giuste circostanze. La mia vita deve essere per l’altro una buona occasione, perché solo così, anche l’altro può essere lo stesso per me. Quel Re che ha dichiarato di essere nei piccoli, negli esclusi, nei prigionieri, negli assetati e affamati e negli ammalati, lo posso realmente incontrare ed essere come Lui, solo se divento per l’altro un’autentica opportunità.
 
Sono le 00.45 stiamo entrando nel cancello dell’ospedale. Affido la donna all’infermiera e aiuto a scaricare tutte le “fitaovana” e… è già un Anno Nuovo. Il tempo non è perso, ancora una volta posso fare qualcosa, posso essere un’opportunità per l’altro. Buon Natale e buon Anno, dal profondo del cuore, a tutti voi!!!!
p.s. Ancora non ho notizie della donna e del secondo gemello, fortuna che siamo nell’era del digitale e della comunicazione; a questo punto aggiungerei “non per tutti”.

NELL'ALLEGATO LA LETTERA DI DON FRANCESCO MELONI